Per Santa Rosalia non ci sono state le migliaia di persone in piazza come negli anni passati. Una festa diversa ma partecipata da tutta Palermo. Intanto rileggiamo le vicende della giovinetta che ha cambiato la storia della sua città. Tra antiche incisioni, giornali d’epoca e uno straordinario fotoromanzo

testi Simonetta Trovato
foto Igor Petyx

Bionda, era bionda. E bella, era bella. L’iconografia la vuole vergine, insaccata nel saio stretto in vita da un cordone. Normanna di nascita, elegante protagonista della corte, insomma tutto ciò che di più lontano poteva essere dal santo “nero”, quel Benito da Palermo che troppo ricordava gli schiavi che remavano nelle galere.

E Rosalia piacque al popolo, che la elesse santa protettrice: marketing ante litteram, bisogno di credere in qualcosa che fosse etereo e lontano dai catoi acquitrinosi in cui si rinchiudeva la Palermo dei poveri; oppure operazione certosina portata a buon punto da quella mente politica che fu il cardinale genovese Giannettino Doria che, proprio con il riconoscimento dei resti della santa, guadagnò punti presso i palermitani che ancora mal lo tolleravano, a tempo di peste. Fatto sta che Rosalia fa il suo ingresso tra i taumaturghi nel 1624 e ci resta indenne fino a oggi.

Il Festino ovviamente cambia veste di anno in anno, si trasforma, ritorna sui suoi passi: mai come quest’anno sarà particolarmente strano. La pandemia non consente la folla, di certo non si può organizzare il famoso corteo scenografico attorniato da 400 mila spettatori. E quindi, come sussurra l’assessore alla Cultura Adham Darawsha, si deve pensare “strano”, reinventare i codici di lettura. Il Festino ci sarà ma in maniera diversa, “Palermo non può e non deve rinunciare alla Santuzza, soltanto che sarà molto social e virtuale e poco… materiale. Posso dire che per mesi ci siamo chiesti come fare e siamo arrivati alla conclusione che soltanto da una comune condivisione di intenti, può nascere un progetto della città”. Parteciperanno tutti, promette Darawsha, teatri grandi e piccoli, gruppi, siti culturali.

Comunque sia, è necessario partire dal 1624, anzi dal 1627: è l’anno impresso su una rarità che quell’infaticabile collezionista che è Salvatore Savoia ha trovato chissà dove. Tredici incisioni su rame rarissime, più un frontespizio, che raccontano la storia della Santa. Una bellezza, per nulla scontata, antecedente anche alle prime incisioni conosciute di questo genere, che fanno parte della collezione del Museo Arcivescovile, ma risalgono al 1651. Savoia le possiede da circa vent’anni, ogni pagina sbalzata è “cucita” alle altre e lo strano tomo che si compone è conservato in una teca.

Siamo nel periodo in cui in tutta la Sicilia scoppia – è proprio il caso di dirlo – una vera “epidemia” di immagini della santa: reliquari in argento, soprattutto, piccole teche, forzieri. Ogni involucro è corretto per conservare e “ostentare alla pubblica venerazione” reliquie smozzicate concesse dal cardinale Doria a qualunque chiesa o congregazione ne facesse richiesta. Queste incisioni rientrano nel periodo: la rappresentazione agiografica vuole la santa prima in vesti sontuose, poi in fuga dalla corte, rinchiusa nella grotta da eremita. Sullo sfondo, paesaggi delicatissimi, i contorni di Monte Pellegrino, il mare sullo sfondo che si intravede alle spalle della fanciulla.

“Queste incisioni sono una meraviglia – dice Salvatore Savoia – le hanno studiate degli esperti e non ne esistono di più antiche”. E infatti non risultano nella monumentale opera del gesuita Giordano Cascini che nel 1651 censisce la memoria di Santa Rosalia su tutto il territorio siciliano, passando da conventi a palazzi a confraternite. Dal sacro al profano: la grandezza della devozione alla Santuzza passa dalla carta. Lasciando perdere l’enorme numero di novelle, biografie, studi di religiosi, l’occhio cade su due pubblicazioni, conservate sempre dall’inossidabile Savoia. Stavolta si tratta di un numero monografico sul Festino del 1948, datato però 4 settembre dello stesso anno, in occasione della festa religiosa, e pubblicato probabilmente con il supporto dell’Azienda di Turismo. In apertura, una foto con dedica dell’arcivescovo Ernesto Ruffini, indirizzata al comitato organizzatore dei festeggiamenti; all’interno, diversi articoli sulla storia della Santa, sulla fascinazione sui viaggiatori (uno per tutti, tal Wolfango Goethe), la nascita del Santuario, le firme talentuose. Il 1948 deve essere stato un anno importante: ritorna il Festino e durerà cinque giorni, come richiesto dal popolo al povero sindaco vagamente liberale Guido Avolio – una caricatura ricorda il mite ufficiale medico originario di Noto, che restò in carica per soli sette mesi – poco prima che venisse spazzato via dalla vittoria della Democrazia Cristiana.

Insomma, il 1948 è l’anno della rinascita del Festino: una lunga parata è stata organizzata, aperta dai carretti siciliani e proseguita con un numero infinito di grandi carri colorati, uno per confraternita o famiglia. Particolarmente interessante la situazione creditizia del comitato: che a fine Festino si ritrova con un tesoretto di quasi 361 mila lire – un operaio ai tempi guadagnava 30 mila lire e il giornale costava 20 lire -, ma partiva da contributi per 3 milioni e 339.382 lire, di cui un “enorme” milione arrivava dalla Regione e un decimo (100 mila lire) dal Comune, il resto dalle diverse categorie, e i più munifici erano i Mercati. 

Ed eccoci infine alla “chicca” vera e propria dai forzieri di Savoia: un fotoromanzo degli anni Sessanta, L’Angelo del Monte Pellegrino, un “fotofilm sulla vita della romita” in uno sbiadito bianco e nero (la copertina è acquerellata), pubblicato dalla Dover di Roma, ma girato a Palermo. Ma tant’è, va bene lo stesso: la firma in calce è di tal Gaetano Quartararo, regista, sceneggiatore e anche attore sotto lo pseudonimo di Gay Quarta (che nel fotoromanzo impersona il conte Sinibaldi, padre di Rosalia).

Quartararo lavora tra il 1950 e il 1973 – ma l’unico film da regista è del 1969, quindi il fotoromanzo deve per forza essere nato in questi anni -; nello stesso periodo è sul set anche Dada Gallotti (la contessa Quiscarda), attrice abbastanza conosciuta intorno agli anni ’60 quando lavora con Zampa e Pietrangeli. Salvatore Savoia ha acquistato il fotoromanzo su una bancarella di piazza Marina, ma mancano esempi simili da confrontare. Anche per valutare evidenti “falsi” scenografici: dagli interni di Villa Palagonia per il palazzo dei Sinibaldi ai costumi – forniti dalla sartoria Pipi – che vagamente occhieggiano a un improbabile Rinascimento, che poco ha a che fare con le corti del Medioevo. “Probabilmente un numero unico pubblicato – spiega Savoia -, non c’è data né prezzo, doveva essere distribuito per il Festino o abbinato ai quotidiani. La grafica e lo stile sono comunque degli anni Sessanta”. Rosalia è la bionda Claudia Abati, il tono delle didascalie è pomposo, dallo scontro con i genitori, al rifiuto del matrimonio, la fuga verso Quisquina e il ricovero al convento dei Benedettini; poi la rivolta dei baroni, l’uccisione del padre, il rientro a Palermo, il voto di clausura, il ritiro da eremita su Monte Pellegrino dove morirà dopo pochi anni. Cinque secoli dopo, la peste, il ritrovamento delle ossa, i primi miracoli: un feuilleton a riquadri, girato esattamente come un set cinematografico, miscellanea di grandi valori e buoni sentimenti, bionde bellezze e truci monaci. Insomma, tutto il mansionario della letteratura popolare prima della tv. Rosalia santa, ma anche star.