testi Giuseppe Barbera
foto Margherita Bianca

All’improvviso l’estate eccola qua. E con Paolo Conte e Celentano in testa si va a cercare un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab. Per quest’ ultimo, che esige i tropici e non i sub tropici, a Palermo si può ricorrere al giardino pensile di Mario Pintagro, giornalista e grande appassionato di botanica, anche lui collaboratore di questo giornale. Per il primo (specie autoctona che cresce ovunque lungo le coste mediterranee) si giunge quasi al disgusto visivo per l’onnipresenza e l’abbondanza dei suoi fiori – singoli o doppi, bianchi, rosa, salmone o pesca, arancioni, gialli, rossi o variegati, presenti da maggio ad ottobre – e per la densità dei fusti poco ramificati che partono da una ceppaia che non si riesce a costringere a forma di alberello. Facile da coltivare, resistente a ogni male è, per di più, la pianta prediletta da chi vuole creare siepi divisorie lungo i fianchi delle strade o dividere le carreggiate delle tangenziali.

Un uso così artificioso non cancella però la grande qualità paesaggistica originaria che proviene dal crescere e fiorire con più misurata eleganza “nelle più orride solitudini dei profondi burroni che precipitano a mare”, scrive una guida naturalistica. Nei terreni periodicamente inondati delle fiumare, da cui si allontana per invadere terreni asciutti e pietrosi, cresce con agnocasto, ginestra odorosa, tamerici. Giuseppe Antonio Borgese scrive delle fiumare madonite, di “tutto il gran scenario, oleandri lungo la valle classica, olivi di greppo in greppo, vette chiare calanti a schiera dagli acropoli del centro al mare, infine il mare d’Imera” e per Goethe, nella valle del Nisi sulla via per Messina, “nei torrenti si trovano già ciottoli di granito. I gialli pomi del solano, i rossi fiori d’oleandro fanno lieto il paesaggio”. Considerando che quella della poesia è la lingua migliore per esprimere un paesaggio, si ricorre a D’Annunzio “agli oleandri lungo il bianco mare” per definirli “ambigui” per la presenza di fiori simili a rose in cespugli dal portamento di alloro (è per questo che in francese si chiama rose laurier) e per la convivenza della sua esuberanza vegetale con un moltiplicarsi di terribili storie di morti e avvelenamenti. Tutto origina dalla presenza di alcaloidi e glucosidi tossici e gli usi tradizionali della pianta si uniscono a racconti del terrore. Foglie e fiori in piccole quantità, nell’acqua calda, curano la scabbia, avvelenano le pozze per stordire i pesci. Da qualche parte in Italia è noto come “ammazza l’asino”, mentre Pitrè si limita a segnalarne l’uso per “l’amaro bavaglio che si mettea ai fanciulli i quali dicevano male parole in iscuola”.

Storie di avvelenamenti riguardano gli incidenti occorsi a truppe napoleoniche nella campagna di Italia, Austerlitz o in Egitto e i quattro soldati morti nel 1908 per aver dormito sulle loro frasche. In effetti alcuni casi di avvelenamento vengono effettivamente segnalati in California su boy scouts e campeggiatori, anche se prove scientifiche condotte arrostendo hot dog non hanno dato prova sufficiente. Vale comunque l’indicazione di non utilizzarli nelle aree gioco destinate ai bambini e il ricorso sdrammatizzante a Francesco Guccini che, in “Appennino di sangue”, racconta di quella volta che un urlo (“Fermi!”) atterrì i ragazzi che cuocevano salsicce infilzate in spiedini di oleandro, presto però rassicurati da “Andate tranquilli che qui attorno non ci stanno oleandri”.