di Francesco Mangiapane

Una classica “causa di forza maggiore” (il funerale di una persona cara) mi ha recentemente chiamato a viaggiare fuori dalla Sicilia, permettendomi di sperimentare in prima persona i cambiamenti che la pandemia minaccia d’ora in poi di imporre ai nostri spostamenti.

Non appena appresa la triste notizia, mi appresto a studiare il da farsi con il mio compagno di viaggio. L’eccezionalità della situazione ci induce – primo cambiamento – a prediligere la macchina: gli aerei coprono solo le grandi città e, d’altra parte, gli aeroporti (così come le stazioni) ci sembrano luoghi insopportabilmente a rischio per poter essere frequentati di questi tempi. Ci mettiamo in macchina verso il Nord Italia, con la stessa indolenza e curiosità di Trintignant e Gassman ne Il Sorpasso.

Attraversiamo un’Italia inverosimilmente vuota: vuote le autostrade, vuoto il traghetto che ci porta a Villa, vuoti gli autogrill. Man mano che ci spostiamo attraverso le regioni – prima la Calabria, poi la Basilicata, un pezzo di Puglia, quindi il Lazio – controlliamo la nostra guida gastronomica alla ricerca di una locanda dove ristorarci: ci passano sotto gli occhi mistiche destinazioni gastronomiche che da sole sarebbero valse il viaggio, tutte ancora inesorabilmente chiuse. Tuttavia, non è difficile trovare un albergo che ci apra le porte del suo ristorante: ancora una volta, solo per noi.

Ma è il viaggio di ritorno quello davvero rivelatore. Dopo aver guidato tutto il giorno, ci fermiamo esausti in un bed and breakfast del cosentino al cui proprietario chiediamo di suggerirci un qualche luogo decoroso dove cenare. Lui ci indica un ristorante nelle vicinanze ma è perplesso: non sia mai che per il nostro gusto risultasse troppo “Nouvelle Cuisine”, un locale, insomma, dove si spenda troppo e si mangi, invece, troppo poco. Decidiamo di correre il rischio. E scopriamo così un luogo fantastico, in cui il tempo sembra essersi fermato. I piatti sono ancora squadrati come negli anni 90, i calici per il vino giganteschi (grandi quasi quanto la bottiglia), le pietanze servite con lo schizzo artistico di aceto balsamico, il piatto forte inesorabilmente preparato con un’emulsione lattiginosa modello tagliatelle Alfredo. L’indomani il medesimo proprietario ci chiede se il ristorante non fosse sembrato anche a noi troppo “Nouvelle Cuisine”. Rispondiamo di no e, decidendo di tenere per noi l’equivoco fondamentale, salutiamo cordialmente. Ci apprestiamo alla macchina, una volta tanto contenti di puntare verso sud e ritrovare la strada di casa.