di Daniela Bigi

Come poteva sfuggire a un’artista incuriosita da personaggi marginali, storie popolari, racconti cavallereschi, come poteva sfuggire la storia delle tredici giovani donne turche, e del fantasma di una di loro che ancora vaga per le spiagge dell’isolotto, riemersa di recente in vista della vendita dell’Isola delle Femmine da parte degli eredi di Rosolino Pilo? Come poteva lasciare indifferente la creatività di un’artista che proviene da quella compagine che tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del millennio ha cercato un modo per coniugare identità italiana e orizzonti globalizzati, elementi autobiografici e storie dal web, disincanto politico e nostalgia dell’utopia, connettività h24 e tempo remoto, vernacolare, memorie agricole e fascinazione cybernetica?

Nell’ultimo anno si è parlato ripetutamente del curioso business legato a un’isola dalla bellezza magnetica, una riserva naturale che è divenuta libero rifugio per gli uccelli migratori, un sito dal passato leggendario, legato a un mondo femminile sottomesso, con racconti di fantasmi, isolamenti coatti, pene d’amore.

Con un gesto provocatorio ma anche poetico, quattro donne hanno deciso di acquistare questo lembo di terra in forma collettiva (dieci euro per 350.000 donne) col fine evidente di rispondere alla logica dilagante della speculazione con quella improduttiva del bene comune e della tutela della natura. Si chiamano Valentina Greco, Claudia Gangemi, Marcela Caldas e, per l’appunto, Stefania Galegati, che a questo progetto ha dedicato la personale da Francesco Pantaleone, visibile ancora per tutto il mese di luglio (accompagnata da un testo di Giulia Monroy).

Per portare avanti questo progetto si sono date il nome di Femminote, mutuandolo dal fortunato Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, che così appellò le donne che contrabbandavano il sale sullo stretto, donne coraggiose, scaltre, a loro modo trasgressive. Questo riferimento mi ha fatto tornare alla mente i quadri che Galegati dedicò, anni orsono, alle brigantesse e ai briganti, la serie dei Bandits, protagonisti di una resistenza che certo Sud aveva cercato di opporre alle forme più reiterate di sfruttamento. Così come allora i ritratti di quei discussi personaggi giganteggiavano su fondi neutri, così l’Isola delle Femmine appare oggi come un’epifania sui cotoni stelaiati a righe orizzontali che le fanno da supporto, caricandosi di quello stesso valore simbolico. Neutri seppure vistosi, questi supporti sono i tipici teli di cotone a bande colorate che la Palermo popolare utilizza per difendersi dagli sguardi indiscreti e da un sole che non lascia tregua. Non è difficile pensarli come una sorta di metonimia di un interno domestico, un rimando a una condizione femminile dalla quale far emergere, quasi come un miraggio, il profilo dell’isola, che a questo punto diventa lo slogan per un atto di insubordinazione, di rivendicazione, di tutela.

Su quelle opere l’artista trascrive, una dopo l’altra, tutte le pagine de Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir, adottando quella pratica della scrittura coniugata all’immagine che tanta parte ha avuto nel lavoro delle artiste, femministe e non solo, dagli anni Sessanta in poi.

Dunque mi verrebbe da dire che Galegati, espressione di una generazione che in modo giocoso ha provato a fronteggiare l’autorità e a ridurne il potenziale inibitorio, che ha cercato strade differenti per interrogare l’esistenza, una generazione che ancora è costretta a fare i conti con i disvalori che si prefiggeva di combattere (individualismo, successo, profitto), ritrovi oggi nell’eterotopia dell’Isola delle Femmine una risposta costruttiva all’impasse che il mondo ha di fatto imposto all’utopia.