A Palermo tra Piazza del Tribunale e il Teatro Massimo si trova l’antica Porta Carini, varco d’accesso al Mercato Del Capo. Tra banchi e vicoli echeggiano ancora oggi le storie di chi vi ha vissuto e lavorato. Attraversarlo è come fare un viaggio tra storia e leggenda

testi di Alessia Rotolo
foto di Igor Petyx

Tra la moderna piazza del Tribunale e il sontuoso Teatro Massimo, a Palermo, c’è un’antichissima porta: chi la supera viene catapultato, come fosse uno stargate, in un suk arabeggiante tra colori, profumi e le tipiche abbanniate. Porta Carini è l’accesso principale a uno dei tre mercati popolari della città, quello del Capo. Un dedalo di vicoli che nascondono, accanto a tradizioni e leggende ormai celebri, tante storie di personaggi che qui hanno vissuto e che sono eternati da nomi di strade e lapidi spontanee, collocate dagli abitanti del quartiere per fissare una memoria che da secoli passa di bocca in bocca.

Perché secolare è la storia del mercato, situato nella parte nord dell’antico quartiere del Seralcadio, la principale strada che attraversava la Palermo musulmana. Seralcadio deriva dall’arabo sari-al-qadi, strada del magistrato (chiamato qadi). Dopo prese il nome di Kadì e infine Capo. Quando emiri, califfi e visir conquistarono questa terra, rendendola il giardino più ammirato al mondo, al Capo vivevano gli Schiavoni che erano pirati e mercanti di uomini.

Il mercato e le sue balate trasudano di storia e di arte, dalle chiese barocche ai mosaici Liberty del panificio Morello (che oggi si trovano a Palazzo Ajutamicristo) passando per i contemporanei murales che si susseguono tra i ristorantini, i banchi e le taverne regalando scorci tra i tendoni dai colori vivaci. Insomma al Capo è impossibile annoiarsi, ed è anche probabile che attraversandolo ci si imbatta nelle mille storie dei personaggi che hanno vissuto nel quartiere contribuendo a rendere così speciale questo posto. Già perché non fu solo il luogo dei Beati Paoli, l’antica setta segreta ancora oggi sospesa tra storia e leggenda, ma sono tantissimi i personaggi che sono rimasti nella memoria del rione. La loro storia si tramanda oralmente di generazione in generazione.

È il caso di Don Gaetano Vitale e di Cosimina Scimone, che vissero nello stesso cortile al numero 70 di via Porta Carini. Si racconta che un uomo tornato dall’America scrisse di suo pugno l’epigrafe sotto un arco: “In questa casa visse Don Gaetano Vitale, che a tanti fanciulli diede vita con la vendita del suo latte d’asina”. Don Gaetano – nato nel 1880 e morto nel 1952 – in quel basso del Capo vendeva del raro e nutriente latte di asina, notoriamente molto simile a quello materno. Il latte, difficilmente reperibile soprattutto durante gli anni della Seconda Guerra mondiale, da don Gaetano si trovava con facilità e a buon prezzo. Un motivo per ricordarlo, dato che con la sua generosità (non sembra che si sia lasciato attrarre dalle sirene del mercato nero) sostenne tanti bambini poveri. L’uomo che tornando dall’America scrisse la frase in suo ricordo, a quanto si dice tra le bancarelle del mercato, era proprio uno di quei fanciulli che don Gaetano aiutò. Rientrato a Palermo dopo la guerra, sperava di ritrovarlo per ringraziarlo. Ma purtroppo arrivò tardi e così scrisse la frase sotto l’arco che arriva fino a noi.

Nello stesso cortile c’è un’iscrizione sopra una porticina di un basso nel quale, negli anni Trenta o Quaranta del secolo scorso, abitava una donna bellissima che faceva letteralmente impazzire i giovani del quartiere. “Casa fu della bella Cosimina Scimone”, scrisse un anonimo con la vernice rossa. Chissà chi era. Forse uno dei tanti corteggiatori che per tutta la vita la vagheggiò inutilmente. A quanto sembra, infatti, fu una donna molto riservata.

Un altro che ha lasciato il segno per le strade del Capo è certamente Petru Fudduni,  personaggio leggendario sul cui nome e perfino sulla sua esistenza si dubita. Come si chiamava davvero? Fudduni era la versione dialettale di Fullone oppure un soprannome? E sono davvero sue quelle poesie scritte nel XVII secolo o si tratta di raccolte di motti popolari attribuiti alla sua figura, come un Omero dialettale? La sua biografia lo vuole umile pirriaturi, cioè cavatore di pietre, al lavoro nelle cave tra Aspra e Bagheria e abile incisore. Secondo il grande etnologo Giuseppe Pitrè, “il Petru Fudduni del popolo è un facilissimo improvvisatore, che manifesta in un verso solo ogni suo giudizio ed esaurisce in un’ottava interi concetti”. Il suo quartiere gli ha dedicato una via e un vicolo.

Anna Borruso, invece, aveva il dono di mettere i bambini al mondo. A vent’anni fu consacrata mammana, quando sua nonna, che portava lo stesso nome suo, le consegnò un rametto legnoso con gli steli rinsecchiti accartocciati su loro stessi. “Questa è la rosa di Gerico – le disse – ora è tua. Quando farai partorire una donna, metti la rosa in acqua, riprenderà vita e se si schiuderà completamente anche la partoriente si aprirà e non avrà nessun problema nel travaglio”. Da allora fece nascere più della metà della popolazione del Capo.

Un altro modo di arrivare al mercato è da piazza Sett’Angeli, la piazza sulla quale si affaccia l’abside della Cattedrale, il cui nome deriva dai sette angeli che sono raffigurati in un affresco venuto casualmente alla luce nel 1516 nella chiesa di Sant’Angelo, che un tempo si trovava proprio in questo luogo. Si attraversa così il quartiere della Guilla, dall’arabo wadi (o guad) che vuol dire letto del fiume, con riferimento al Papireto che passava da qui e che ai tempi era navigabile. In via Beati Paoli 2 c’è un posto conosciuto a pochi, una sartoria con tanti strumenti musicali, fotografie, spartiti appesi alle pareti: durante tutta la settimana (ma ormai sempre meno) si taglia stoffa e si cuce, si fanno orli, si sistemano abiti, ma c’è un giorno speciale in cui tutto cambia. Ogni sabato pomeriggio la sartoria diventa raduno di una decina di musicisti che con mandolino e chitarre suonano vecchie serenate e canzoni popolari coinvolgendo i passanti. La sartoria è di Andrea Vaiuso, un uomo cui piace raccontare le storie che hanno attraversato la sua sartoria e il quartiere. È l’erede della grande tradizione musicale dei barbieri (lo zio aveva un salone da barba proprio di fronte alla sua bottega) che fino agli anni Cinquanta del secolo scorso erano luoghi di raduno dove si suonava e si cantava, con un repertorio ormai “musealizzato” negli archivi di musica popolare. La sartoria è l’unico posto della città dove questa tradizione è ancora materia viva. Il gruppo musicale, tutto composto di vecchi amici, funziona come una piccola jam session, ossia una riunione di musicisti che si ritrovano per una performance senza aver nulla di preordinato: si chiama “Gli amici del mandolino” e sembrano un’apparizione di altri tempi. Solo cinque o sei posti a sedere dentro, gli altri si devono accontentare di seguire il concerto improvvisato con le facce incollate alla piccola vetrata. Difficile resistere senza cantare o mettersi a ballare per strada.

In via Pilicelli c’è una targa in marmo su cui è scritto: “In questo vicolo visse e operò don Peppino Celano 1903-1973 eccelso artista, cuntista e puparo. Sensibile cantore del lavoro, della cultura e degli ideali siciliani”. Adesso in quella bottega c’è il nipote del celebre contastorie e puparo, Gaetano Lo Monaco Celano, che porta avanti la tradizione. Lo fa nello storico laboratorio in cui il nonno costruiva le sue storie. Qui ci sono i ferri dei pupari, ossia gli strumenti per realizzare i paladini: legno, acciaio e stoffe colorate. Insieme sono esposte le opere da ultimare e quelle finite, armature finemente cesellate, scenografie e pupi interamente realizzati a mano. Una piccola, umile, fabbrica delle meraviglie. Come gli ha insegnato il nonno, la sua arte va dalla realizzazione artigianale dei pupi fino agli spettacoli in cui si ripercorrono le classiche storie alle quali se ne aggiungono sempre di nuove. “Realizzo i pupi da quando ero bambino – racconta – Big Jim lo facevo diventare Rinaldo: gli mettevo i fili meccanici, lo addobbavo come un paladino e gli facevo cantare l’Orlando Furioso”.

E che dire di via Gioiamia? “Gioia Mia” era il soprannome dato a una fruttivendola che aveva il banco proprio davanti casa. “Gioia mia! Gioia mia!”, abbanniava. Si dice nel quartiere che per quanto fosse grassa avesse bisogno di due sedie per potersi sedere: ogni movimento, seppure minimo, le comportava una grande fatica, sbuffava e sudava anche d’inverno. Era tale la mole del suo corpo che era costretta a stare tutto il giorno seduta accanto al banco della frutta. Una donna sola che di quella solitudine soffriva, un cuore che chiedeva un po’ d’affetto, un sorriso, due chiacchiere. Per colmare quel vuoto, come richiamo a ogni passante abbanniava: Gioia mia! Gioia mia! Fu così amata che oltre a dedicarle la strada dove visse tutta la vita, anche una piazza, un vicolo e alcune stradine vicine presero il nome con cui la gente aveva ribattezzato quella donna, la cui voce riecheggiava per tutto il quartiere.