di Luigi Mazza

Ho con me a casa tre asini, ma degli asini non so niente. Credo nessuno sappia niente degli asini. Per sapere qualcosa sulla storia dell’asino, che convive e lavora con l’uomo, in pace e in guerra, da diecimila anni, bisogna affidarsi alle traduzioni italiane di Jutta Person (Marsilio, 2019) e Jill Bough (Nottetempo, 2018), entrambi dal titolo, in italiano, L’Asino. La lunga storia del rapporto tra l’uomo e l’asino è molto travagliata e contraddittoria: questo quadrupede è stato venerato e denigrato, esaltato e dimenticato: fino ad arrivare agli anni più recenti in cui, per esempio, in Australia, gli asini inselvatichiti furono sterminati in centinaia di migliaia perché colpevoli di erodere il suolo e danneggiare pascoli e vegetazione: da preziosi animali da soma a parassiti. L’asino, che è in grado di lavorare lentamente ma instancabilmente meglio di tutti gli altri animali, non teme il fuoco, si ferma davanti a un pericolo non per stupidità ma per ragioni biologiche (e io penso per meditare sulle possibili conseguenze), si affeziona al padrone.

Eppure questo animale è emblema della stupidità. Somaro è uno studente che non studia, asino è qualcuno che non capisce niente. In inglese è chiamato addirittura Ass, Culo. Bene che vada, forse riecheggiando il simbolo della fertilità, l’asino è emblema di potenza sessuale: ma normalmente l’asino è cretino e rozzo. Nell’Africa Orientale gli asini aiutano ancora oggi le donne nelle fatiche quotidiane come il trasporto dell’acqua, e non è un caso che un proverbio etiope reciti: “una donna senza asino è lei stessa un asino”. Mentre a dorso di asino, reggendone la coda e con la schiena rivolta verso la testa dell’animale, nella non meno patriarcale Francia del dopo Rinascimento venivano condotti uomini “sfigati”, e dunque anche cornuti, perché non in grado di sottomettere le proprie mogli.

La sfortunata reputazione degli asini sembra coincidere con la storia di una pseudoscienza, la fisiognomica, che tenta di delineare i caratteri psicologici umani a partire da aspetti esteriori, quasi sempre associati ad animali. Già nel 300 avanti Cristo gli allievi di Aristotele delinearono venti tipi umani, dal coraggioso al codardo, da descrivere in base a tratti fisici di animali rintracciabili, usando la fantasia, anche negli esseri umani. Dal 300 avanti Cristo ai giorni nostri è un attimo: in mezzo ci sono Giambattista della Porta nel 1527 a Firenze; il pittore francese Le Brun un secolo dopo; il fisiognomo Johann Kaspar Lavater nel XVIII secolo; poi il naturalista Carl Gustav Carus, fino al pittore e fisiognomo amatoriale danese Sophus Schack: tutti d’accordo sul fatto che lunghezza delle orecchie, distanza degli occhi, dimensioni e forma del labbro dell’asino, se rintracciate in un uomo, fanno di questo un cretino. Per questa fake news che si perde nella notte dei tempi, va ancora di moda dare dell’asino a qualcuno per dargli del cretino. Ma la battuta è fuori moda, quasi quanto le pennette alla vodka.