Visita alla Grotta Del Lauro sui Nebrodi nel Comune di Alcara Li Fusi. Un luogo unico, fatto di forme fantastiche, stalattiti,
stalagmiti, colonne realizzate nei millenni da piccolissime gocce d’acqua. Un sito naturalistico e di vita preistorica da scoprire

testi Alessandra Turrisi foto Salvo Gravano

Volti stilizzati e forme fantastiche, lampadari scintillanti e pozze di acqua limpida, edificati sulla roccia, modificati dall’umidità di millenni. È il patrimonio naturalistico custodito nelle profondità della Grotta del Lauro, una delle cavità più spettacolari del Parco dei Nebrodi, regina sconosciuta del massiccio roccioso delle Rocche del Crasto, da cui si domina il Tirreno con vista sulle isole Eolie.

La fatica dell’impervio sentiero, che in un paio di chilometri colma un dislivello di 400 metri d’altezza, viene immediatamente ripagata dal panorama mozzafiato a strapiombo sulla Valle del Rosmarino, in cui si staglia l’antico paesino di Alcara Li Fusi, di origine araba da cui il nome di “villaggio spazioso”. A metà percorso, l’altissima parete verticale della Rocca Calanna, dove nidifica l’unica coppia di aquila reale presente nel Parco dei Nebrodi. Esemplare principe della ricchezza di fauna, specialmente di volatili maestosi dai grifoni alle poiane, che insiste sul territorio di Alcara. E, all’improvviso, a quota 1.068 metri, una cruna rocciosa offre l’ingresso al tesoro ipogeico custodito in quell’antro buio e sinistro.

Armati di scarpe da montagna, abbigliamento comodo e caschetto dotato di luce, si possono esplorare le caverne rivestite di stalattiti, stalagmiti e colonne, formazioni minerali prodotte, goccia dopo goccia, dal lento accumularsi del carbonato di calcio depositato dalle acque sotterranee. Forme astratte e bizzarre, degne del più creativo degli scultori. Subito dopo la discesa d’ingresso, appena l’occhio si adatta alla mancanza di luce, ci si imbatte subito nel “guardiano della grotta”, un gigantesco volto bitorzoluto a guardia dell’oscurità. È lui a dare il benvenuto nella prima caverna, irregolare e immensa, con un’altezza massima di dodici metri e mezzo: tra le formazioni più originali le due stalagmiti gemelle e, al centro, la colonna alta nove metri, sulla volta una serie di corone di stalattiti bianche e una speciale, quasi un elegante lampadario. Dalla seconda caverna si aprono cunicoli sotterranei, che conducono in altre stanze. Tra questi anfratti, in passato, è stato trovato materiale archeologico preistorico di grande interesse scientifico, cocci di vasellame dell’età del rame con accanto resti di ossa. Una pianta complessa, disegnata e resa disponibile al pubblico da un geometra d’eccezione, massimo conoscitore di questo ambiente straordinario: Roberto Patroniti, nato ad Alcara Li Fusi, geometra in servizio al Comune di Torrenova. Fotografo e video documentarista, appassionato di escursionismo, con la moglie Carmela Lenzo, guida naturalistica, e le associazioni Video Nature e Amici della Terra/club Nebrodi, dedica da 21 anni il tempo libero a far conoscere le bellezze del territorio e, in particolare, la grotta del Lauro. Un’équipe di studiosi toscani ha voluto dedicare proprio a Patroniti due minuscoli coleotteri endemici, scoperti nelle profondità della grotta e al suo esterno, in occasione di varie missioni scientifiche degli ultimi anni, e che rendono questo luogo ancora più unico.

Da ricerche biospeleologiche portate avanti dal professor Marcello La Greca negli anni Sessanta, è venuta fuori la presenza di due esemplari di fauna microscopica, endemici della grotta: si tratta di “troglobie”, invertebrati miriapodi di alto interesse biologico chiamati Beroniscus Marcelli ed Entothalassium Nebrodium. Forme di vita cavernicole che convivono, a una temperatura di circa 12 gradi, con lumache e pipistrelli.

Pochi mesi fa la pubblicazione scientifica dell’ultima scoperta. Un minuscolo coleottero è stato rinvenuto vagliando terriccio e argilla prelevati sotto grosse pietre interrate, alla base di una parete calcarea proprio nei pressi della grotta. Gli studiosi Paolo Magrini, Andrea Petrioli, Loris Colacurcio, Alessio Benelli e Augusto Degiovanni, collaboratori del Museo di Storia naturale dell’Università di Firenze, sezione di Zoologia “La Specola”, dopo un accurato lavoro, hanno precisato che la Typhloreicheia patronitii da loro scoperta è un nuovo taxon del genere Typhloreicheia presente sui Nebrodi, caratterizzato da una lamella copulatrice dell’edeàgo, l’organo riproduttivo degli insetti. Si tratta di una specie endemica, di colore rossiccio scuro, grande poco più di due millimetri. La scoperta è stata pubblicata nel marzo scorso sul Giornale Italiano di Entomologia, rivista scientifica di livello internazionale.

La passione di Roberto Patroniti è stata celebrata anche l’anno precedente con il Duvalius patronitii, scoperto sempre dal medesimo gruppo di studiosi toscani, che hanno pubblicato lo studio sul numero di marzo 2019 del Giornale italiano di Entomologia. In questo caso si tratta di un taxon ipogeo, specie molto antica, cieca, giallo-rossiccia, di circa cinque millimetri, adattata alla vita sotterranea, scovata con le trappole poste nelle profondità della grotta del Lauro, imparentato con le due specie geograficamente più prossime, il Duvalius siculus delle Madonie e il Duvalius hartigi Magrini dell’Etna, ma se ne differenzia per numerosi caratteri legati sempre all’organo riproduttivo maschile. Si aggiunge alle nove già conosciute fino ad oggi per la Sicilia.

“È per me un onore, un riconoscimento per l’opera di divulgazione naturalistica portata avanti in tanti anni tra queste montagne – dice con timidezza Patroniti -. Queste scoperte scientifiche sono l’ennesima conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, del patrimonio inestimabile che possediamo in questa piccola porzione di territorio che è Alcara Li Fusi, soprattutto dal punto di vista faunistico, e del compito delicatissimo che abbiamo di custodirlo e promuoverlo”.