Dopo anni di devastazione il corallo siciliano sembra godere di buona salute. Da Lampedusa a Marettimo e a Taormina, un po’ ovunque le indagini subacquee rimandano segnali positivi. Una buona notizia che dimostra che nel nostro mare non tutto è perduto. ecco dove è possibile ammirare “l’oro” dei fondali

testi di M.Laura Crescimanno
foto di Santo Tirnetta

Il mare, ai tempi del Covid, ci ha regalato sorprese davvero incredibili: indisturbati, balene e delfini sono tornati sotto costa a farci emozionare. Ma, per gli esperti, un periodo così breve di quiete e assenza di attività umane non può aver modificato la situazione degli habitat complessi, dunque i rischi rimangono quelli di sempre. A partire dai rifiuti di vario genere, tra cui anche chilometri di reti abbandonate alla deriva. Ecco perché il 15 giugno, una missione organizzata da Marevivo Sicilia sezione subacquea, con il supporto della Polizia di Stato, si è premurata di andare a liberare la secca della Formica, a largo di Porticello, di fronte alla costa palermitana. Un’area sottoposta a restrizioni, dove è vietato gettare l’ancora e pescare, per la presenza di una splendida colonia di corallo nero da preservare e per la ricchezza della fauna marina che vive grazie alla biodiversità di vita che prolifera sui banchi e sulle secche.

Il corallo nel Mediterraneo è ormai diventato una vera rarità, a causa della pesca a strascico e all’uso di svariati attrezzi, nel passato condotta in modo indiscriminato. Ma c’è anche una buona notizia. Secondo uno studio recente, nel complesso, lo stato ambientale del coralligeno (cioè l’habitat costituito dall’insieme di specie sia animali che vegetali di cui il corallo è massima espressione) oggi in Sicilia non desta grosse preoccupazioni.  Secondo un monitoraggio dell’Arpa nelle Aree marine protette dell’Isola – che continuerà nei prossimi sei anni nell’ ambito di un programma della Comunità europea volto a seguire l’evoluzione della vita negli ambienti marini – queste spettacolari meraviglie sommerse sono in buone condizioni. Malgrado tutto. Spiega Vincenzo Ruvolo, uno dei responsabili del lavoro di ricerca: “A partire dal 2015 abbiamo avviato la fase conoscitiva dell’habitat del coralligeno in vaste aree della Sicilia e delle isole minori. Le attività in campo sono state effettuate da tre a dodici miglia nautiche dalla costa fino alla profondità massima di cento metri, adoperando strumentazione acustica ad alta risoluzione, un veicolo operato da remoto chiamato Rov (Remotely Operated Vehicle). Il monitoraggio prevede la valutazione della condizione dell’habitat di alcune specie, principalmente coralli duri e molli, che fungono da cosiddetti bioindicatori ambientali, ma anche l’abbondanza e la tipologia dei rifiuti antropici rilevati”. Le aree prese in considerazione sono Lampedusa, Pantelleria, Taormina, l’Area marina protetta Ciclopi – nel tratto di mare antistante Acitrezza – Petrosino, Capo Granitola, Marettimo, Plemmirio, Capo Zafferano, Terrasini.

Quando si parla di corallo, è giusto chiarire che non si tratta di piante, ma di colonie di minuscoli polipi molto ben organizzate che vivono fisse sul substrato roccioso, le forme animali tra le più antiche del pianeta. Può avere uno scheletro duro, semi-rigido o soffice, crescere in strutture erette verso la luce o sembrare un tappeto vegetale, prendere forma di cuscini, palle, perfino piume ramificate, filiformi o solitarie. Ha un sistema nervoso, si alimenta e si riproduce, e si adatta più o meno ai cambiamenti. Ma ha un equilibrio delicato perché ad alte temperature non può resistere: occorrono al massimo 24 gradi in estate e circa 10 in inverno. E il cambiamento climatico sta distruggendo oltre il 60 per cento delle barriere coralline dei mari tropicali dove la temperatura raggiunge anche i 32 gradi.

Il corallo del Mediterraneo – un bacino chiuso fin troppo antropizzato – costituisce meno del 5 per cento di quello esistente al mondo. Secondo alcuni studi, sarebbero duecento le specie di casa nostra, sul totale delle 5.600 conosciute. Nel Mare Nostrum non esistono barriere coralline. Ma alle profondità in cui le temperature si mantengono temperate, alcune specie possono formare strutture imponenti in grandi colonie ramificate, come le spettacolari gorgonie dai colori rosso-arancio e viola, che sono una vera attrazione per i fotografi subacquei professionisti. 

Racconta Santo Tirnetta, fotografo sub e campione italiano di Fotosafari, autore di queste immagini spettacolari scattate negli anni di perlustrazioni sui banchi a largo della costa siciliana: “A venticinque miglia dalla costa di Sciacca, sul banco chiamato Terribile, a grandi profondità, vive ancora il corallo rosso, ma anche alla Secca delle Formiche, a largo della costa palermitana, vivono grandi colonie di corallo nero, minacciato dalle reti abbandonate dai pescatori, segno che lo strascico continua a distruggere gran parte della vita attorno ai nostri fondali sabbiosi. È importante dunque non abbassare la guardia sui controlli”.

In passato, a onore del vero, anche l’industria dei gioielli ha sfruttato sin troppo i coralli più preziosi, e nel Mediterraneo circolavano attrezzi distruttivi di vario tipo, oggi proibiti dalle convenzioni internazionali di Berna e di Barcellona. Dal 2013 a Sciacca, la patria del corallo siciliano, è stato istituito un Distretto del Corallo cui afferiscono cinque aziende locali che lavorano i rametti fossili, secondo protocolli definiti e certificati da un marchio. Il corallo di Sciacca, tipico per il suo colore arancio-rosa, è considerato infatti un fossile, frutto di antiche trasformazioni causate da esplosioni vulcaniche sottomarine. Ma sull’entità dei giacimenti che rimangono sui fondali e sulle profondità a cui si trovano è difficile fare chiarezza: molto è stato stoccato nelle casseforti, su ciò che resta permane un velo di mistero.