Giorgio Barbato per anni lontano da casa, è tornato per sviluppare progetti di inclusione sociale. Così si è riavvicinato alla sua Palermo

di Valerio Strati

Lascia la Sicilia per motivi di studio e viaggia tra l’Italia e l’Europa per specializzarsi e lavorare. A Parma Giorgio Barbato si specializza in Economia e cooperazione internazionale, a Roma segue uno stage al Ministero degli Esteri in direzione e internazionalizzazione d’impresa, a Lisbona si ferma quattro mesi per un progetto Leonardo: aiuta le imprese che vogliono investire all’estero. Vince un master indetto dall’Istituto di commercio estero e approda a Bologna.

“Ho sempre vinto bandi pubblici – dice Barbato -. Grazie ai miei studi ho imparato a fare analisi di mercato e a esaminare le imprese e i loro investimenti. Avendo spesso uno sguardo verso gli ultimi, i più sfortunati. Ho sostenuto un’impresa emiliana che, collaborando con la comunità ghanese, commercializzava generi alimentari come l’ananas. In Albania ho analizzato i prodotti degli agricoltori di Tirana per capire quale fosse la migliore proposta da lanciare sul mercato. Ho scovato il Caj Mali, un particolare the di montagna ottimo per preparare tisane, e ho spinto per la commercializzazione. Col passare del tempo ho maturato l’idea di utilizzare le mie competenze anche in Sicilia. Immaginavo un ritorno. Ho iniziato a studiare progettazione europea a Roma. Ho ampliato le mie capacità. È stato approvato un mio progetto di agricoltura urbana e inclusione sociale tra Paesi del mediterraneo e Medio Oriente”.

Barbato prepara il suo rientro a Palermo approfondendo le sue competenze nel settore dell’imprenditoria sociale. Inizia a collaborare con la cooperativa Bond of Union. Tra Berlino e Palermo immagina e sviluppa progetti di inclusione sociale che poi vengono portati avanti in Sicilia. Inizia un rapporto che gli consente di tornare a lavorare in terra natia.                    

“Non sarei mai tornato – aggiunge Barbato – se non avessi trovato un gruppo di lavoro simile a questo. Non avevo mai percepito i progetti così vicini a me, se non quando li ho scritti e pensati per la mia terra. Il rapporto con la Sicilia era sempre stato problematico. Ero deluso. Troppe realtà che non si coordinano e i fondi europei gestiti male. Così da un anno e mezzo, grazie a questo lavoro sul sociale, mi sono avvicinato in maniera unica a Palermo. Ho riscoperto me stesso e la mia città. I luoghi difficili, come il quartiere Capo in cui operiamo, hanno bisogno di buone pratiche culturali. Occorre coprire il divario dei quartieri disagiati e questa attività è un modo per farlo che mi fa sentire vivo”.