Fotografo di cronaca, ma anche commerciale, specialista in immagini di architettura e design: Santi Caleca, palermitano trapiantato a Milano, racconta una carriera lunga cinquant’anni. Un grande intreccio di storia politica e del costume nel nostro paese

testi di Gabriele Micciché
foto di Santi Caleca

“Le fotografie più belle si trovano negli archivi dei giornali”. È Santi Caleca a parlare e questa frase sintetizza la sua filosofia di fotografo. La sua carriera è espressione di cinquant’anni di storia della fotografia italiana ma anche cinquant’anni di storia politica e del costume del nostro paese.

Data la situazione, il nostro “incontro” si svolge per telefono e non nella sua casa arredata da bellissimi mobili e oggetti di design.

Nasce in una famiglia borghese – il padre è gioielliere, la madre insegnante – ma in un luogo che è la quintessenza della palermitanità, piazza Garraffaello, alla Vucciria. Non finisce gli studi e nel 1969 si trasferisce a Parigi. “Un’esperienza personale fondamentale”. Ci tiene a sottolineare che non ha compiuto corsi di fotografia ma che la sua scuola sono stati i libri dei grandi fotografi che sfogliava e leggeva avidamente alla libreria Flaccovio: Weston, Avedon, Cartier-Bresson. “In particolare mi colpì il libro di Giulia Pirelli e Carlo Orsi, Milano”, racconta.

Poi l’incontro fatale con Letizia Battaglia con cui si trasferisce una prima volta a Milano nel 1970. Sono anni cupi, difficili, i cosiddetti anni di piombo. E sono anche gli anni dell’eroina, dei rapimenti. “Non ho mai amato Milano, ma non posso negare che quelli fossero anni molto creativi”. Con la Battaglia entra nel giro di artisti siciliani che lavorano a Milano: Filippo Panseca, Nuele Di Liberto. Conoscono l’editore Francesco Cardella che aveva appena lanciato il settimanale Abc, diretto da Ruggero Orlando, che proponeva reportage di cronaca accanto a qualche foto un po’ più osé. “Ne ho fatto anch’io – dice sorridendo – allora facevano scandalo, adesso fanno tenerezza”. Lavora anche per Tempo e SE – Scienza e Esperienza supplemento di Abitare che si può considerare il primo periodico che si occupa di ecologia in Italia.

Nel 1974 ritorna a Palermo, richiamato da Vittorio Nisticò direttore del quotidiano L’Ora che vuole creare una struttura che accompagni agli articoli fotografie che spieghino anche visivamente il difficile periodo che attraversa la città. Caleca e la Battaglia creano un’agenzia che coinvolge altri fotografi (Bebo Cammarata, Ernesto Battaglia, Natale Gaggioli, Pippo Orlando tra gli altri). A Milano hanno acquisito una tecnica che trasformerà radicalmente lo stile delle immagini del quotidiano. Usano una macchina 35 millimetri senza flash. Ne scaturiscono quelle immagini crude, ravvicinate, dettagliatissime – gli omicidi, i parenti, il contesto dei quartieri – che si inseriscono ormai nella storia della fotografia e dell’immaginario di quegli anni.

Ma la pressione è molto forte. “A differenza di Letizia che considerava il lavoro come una missione, il mio interesse era invece dedicato esclusivamente alla fotografia”.

E quindi dopo due anni ritorna a Milano. È il 1976. Entra in contatto con Uliano Lucas che lo inserisce nella sua agenzia che conduce con Emilio Tremolada. Sono ancora anni duri anche per la capitale meneghina e la richiesta è quella del reportage.

Ma sono anni duri anche da un punto di vista economico. Nel frattempo si è sposato con Aurora e “arrivare a fine mese era una scommessa”. Un amico lo presenta a Isa Tutino Vercelloni (moglie di Saverio Tutino) che dirige Casa Vogue.

È un altro incontro “fatale”. Comincia così la sua carriera di fotografo di interni, architettura, still life.

Chiedo se in quegli anni – i primi anni Ottanta – che non sono soltanto gli anni della Milano da bere, non sia successo qualcosa di importante a Milano. È ovvio che fotografie di moda, per l’industria del mobile, per le pubblicità gastronomiche se ne facessero già da decenni. Ma a Milano in quei primi anni Ottanta si realizza una specie di sintesi e di crescita della “fotografia professionale”. Nasce in un certo senso un diverso approccio all’uso e alla fruizione dell’immagine anche in considerazione del declino della figura del reporter classico. Il motivo di questo declino è probabilmente determinato dal fatto che i grandi settimanali, prima prevalentemente in formato quotidiano, hanno scelto il più piccolo formato del magazine attuale. “In un certo senso è stato così. Fu un periodo di svolta ma non enfatizzerei troppo i meriti di Milano”.

Non riesce proprio ad amarla questa città… “No. Ci ho passato i due terzi della mia vita, mi ha dato grandi soddisfazioni, vi ho conosciuto persone che sono state fondamentali per la mia crescita anche personale. Mi ha dato anche il successo professionale. Ma ad amarla non sono mai riuscito”. Difficile anche fargli spiegare il segreto del suo successo:

“Probabilmente è stato nella convinzione di mantenere il mio atteggiamento – e la mia tecnica – anche nella cosiddetta fotografia commerciale. Fotografare gli oggetti con lo spirito di un reporter”.

E infatti Caleca continua con l’uso della 35 mm senza flash, una tecnica apparentemente semplice che va contro tutte le leggi della fotografia commerciale dell’epoca estremamente sofisticate, e soprattutto introduce nei servizi che realizza per le riviste di architettura, ma anche nel singolo scatto pubblicitario, una storia. È una svolta.

Comincia a lavorare con le più importanti testate del settore e i più grandi designer: Ettore Sottsass Jr, Michele De Lucchi, Andrea Branzi, Cristoph Radl. E per i più importanti marchi del mobile made in Italy: Cassina, B&B, Alessi, Olivetti.

E un altro incontro molto importante è proprio quello con Ettore Sottsass Jr. Con lui si trova immediatamente in grande sintonia professionale e ne diventa amico personale. “Con Ettore, la moglie Barbara Radice e mia moglie Aurora, abbiamo fatto un viaggio in Sicilia che rimane uno dei miei migliori ricordi”.

Con Sottsass Caleca condivide anche un’altra fondamentale esperienza, la realizzazione della rivista Terrazzo. La rivista, che è uscita in soli dieci numeri tra il 1988 e il 1995, è tuttora un esempio di innovazione nel campo dell’editoria. Rivista di design e di architettura innanzitutto, ma anche uno strumento di ricerca delle tendenze, della storia degli stili, in una parola uno spazio per una vera ricerca antropologica.

Ma allora Santi Caleca, che continua la sua attività professionale a Milano, che cosa è? Reporter, fotografo commerciale, creativo?

La risposta rimane nella frase iniziale.
Le migliori fotografie si trovano negli archivi dei giornali.