La nostra debolezza attuale può diventare un punto di forza. È l’idea di Antonio Calabrò che nel suo nuovo libro oltre la fragilità traccia un cammino di rinascita. Il futuro, dice, è un rischio ma va corso”

di Antonella Filippi

Premessa. In Giappone esiste l’arte del kintsugi, dal profondo valore concreto e simbolico. La pratica consiste nel riparare le fratture di un oggetto con l’oro e l’argento: la cicatrice diventa così di valore, rende l’oggetto unico e irripetibile. È un po’ l’arte di abbracciare il danno. Allora se il lungo e inatteso lockdown ci ha fatto incontrare la “fragilità” dei sistemi economici, sociali, politici, oggi dobbiamo scommettere in un cambiamento di paradigma e assumere la fragilità come condizione permanente. Di opportunità. “è stata una botta gigantesca però, accanto al dolore per i morti, alla malattia, allo smarrimento, mi è venuto in mente che proprio la presa d’atto della nostra condizione di fragilità fosse un punto di forza”.

Sono parole di Antonio Calabrò, giornalista, scrittore, direttore della Fondazione Pirelli, vicepresidente di Assolombarda e presidente di Museimpresa che, durante il lockdown, ha trovato il tempo per scrivere un libro dal titolo Oltre la fragilità (Egea ed.). “Il libro è nato dal titolo. Mi piaceva la parola fragilità e mi piaceva l’idea che la constatazione della fragilità e il senso del limite fossero delle condizioni opportune per ricominciare. Qualunque tragedia finisce e la sfida intellettuale più emozionante è sempre pensare alla ricostruzione”.

Detta così sembra facile… 

“Bisogna lavorare su due versanti: i sentimenti morali e gli assets su cui puntare. A proposito di questi ultimi, mi viene in mente quel momento straordinario della storia del Paese in cui il presidente di Confindustria, Angelo Costa e il segretario della Cgil, Giuseppe Di Vittorio – un vecchio liberale e un giovane comunista – fanno un patto, scelgono: prima le fabbriche e poi le case. Cioè la ricostruzione deve puntare sul lavoro. L’esatto contrario del reddito di cittadinanza”.        

Quindi la fragilità come opportunità.

“Questa crisi svela la stupidità del delirio di onnipotenza, fa preferire il pensiero delle cose possibili.  La chiave sta nell’esergo del libro, quello dell’umanista Thomas More: ‘Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare. Che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare’. Il futuro è una scelta, un atto di volontà, un impegno, una responsabilità, un rischio. Anche di fallimento. Ma va corso”.

La politica non sa rimettere a posto il mercato.

“Tutta la polemica populista dell’antipolitica mi trova nettamente contrario perché nel panorama generale non è che una persona come la Merkel sia l’immagine di una cattiva politica. Come non lo è Gentiloni, così come non lo è la von der Leyen, come non lo sono le sei donne alla guida dei sei Paesi che hanno gestito meglio l’emergenza sanitaria: oltre alla cancelliera tedesca,  Tsai Ing-wen a Taiwan, Jacinta Arden in Nuova Zelanda, Katrín Jacobsdóttir in Islanda, Erna Solberg in Norvegia e Mette Frederiksen in Danimarca. Dentro le storie c’è una qualità politica. In Italia non si può credere di superare indenni 25 anni di antipolitica ma oggi è tempo di ricominciare a ragionare sulla dignità, la nobiltà e la responsabilità della politica, ce lo ha insegnato questa crisi. Sono tempi in cui va ripensata anche la possibilità che dalle professioni, dalla società civile si possa andare verso la politica”.

Il libro è chiaro: fare impresa è un atto di cultura.

“Un’impresa è un atto creativo, eterodosso, è persino un’eresia. Comporta uno studio, un’attività mentale, intellettuale; un’impresa non è fare soldi, è creare una cosa che non c’era e per farlo servono soldi: è diverso. Mettere in piedi un’impresa chimica richiede una competenza, che è cultura. C’è una vecchia sintesi, meravigliosa nella sua essenzialità, di Carlo Maria Cipolla che dice: ‘Gli italiani, abituati fin dal Medioevo a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo’. Geniale sunto di alcuni secoli di storia dell’economia italiana. Quando i nostri artigiani producevano prodotti meccanici, avevano negli occhi la bellezza delle piazze rinascimentali, magari senza conoscerne lo stile o l’architetto, ma la loro mano era guidata da quella bellezza. Il punto di competitività dell’industria italiana è in questa eredità culturale”.

In Sicilia sa quanta eredità culturale, però…

“Scelte e fallimenti ci hanno condizionati. Se i Buddenbrook erano fieri della loro natura borghese, i Florio volevano essere principi, si comportarono da principi e da principi, meridionali, dilapidarono fortune, non investirono. La non comprensione della bellezza dell’industria rispetto all’aristocrazia è il nostro punto di caduta. Proprio per questo clima ostile, chi nel Mezzogiorno fa impresa ha meriti particolari. Ma, a nord e a sud, ci sono aspetti uguali”.

Quali?

“La crescita passa attraverso l’impresa qualificata e il lavoro; il nostro orizzonte mediterraneo è europeo, l’Europa non può non essere fortemente mediterranea, anzi questa condizione ne è il punto di forza. Soprattutto quando l’evoluzione dell’economia va avanti secondo due direttrici: la green economy, quindi la sostenibilità ambientale e sociale, una delle linee del Recovery Fund; e la digitalizzazione, un processo in cui non servono materie prime ma intelligenze. Sono negativamente colpito dal ritorno sulla scena dell’ombra del ponte sullo Stretto. Mi sarebbe piaciuto leggere, invece, di investimenti sulle scuole e sulle università del Mezzogiorno. I ponti non sono quelli fisici, ma quelli culturali e tecnologici”.