Non è una torta da spartire ma una leva per cambiare equilibri e qualità dello sviluppo economico e sociale. È il nuovo piano delors, come quello che guidò il grande sviluppo europeo verso la fine del novecento

di Antonio Calabrò

L’Europa c’è, nonostante tutto. E si intravvedono serie possibilità di uscita da una drammatica crisi che, da febbraio, ha investito la salute e l’economia, la vita quotidiana e il lavoro. Un’Europa in grado di essere attenta e solidale. Il Recovery Fund da 750 miliardi, da garantire con il bilancio della Ue e da destinare ai Paesi più colpiti dalla pandemia e dunque soprattutto all’Italia, dice che l’Europa mette in comune una parte del proprio futuro, lasciando in carico ai singoli Paesi lo stock del debito passato. E dà un’indicazione strategica importante: quei miliardi andranno destinati a investimenti per il Green Deal, per lo sviluppo economico sostenibile e per l’innovazione dell’economia digitale. Un programma ambizioso, che riguarda l’attuale qualità della vita ma anche la crescita economica equilibrata delle nuove generazioni. Ci sono state ritrosie, è vero. E resistenze, da parte dei Paesi cosiddetti “frugali”, Olanda, Austria, Danimarca e Svezia (“avari” o “miopi” sarebbero aggettivi più esatti). Ma alla fine la scelta è stata fatta. E adesso l’Europa ha un’indicazione politica comune per crescere meglio.

Un’Europa – vale la pena notare – con una forte leadership femminile, con un’identità responsabile marcata dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e dalla presidente della Bce Christine Lagarde.

Quei fondi europei andranno a investimenti su infrastrutture, innovazione e produttività, industria e ricerca, formazione e lavoro, anche se non mancano demagoghi, al governo e all’opposizione, che pretendono generici tagli di tasse e sussidi. E sarà responsabilità dell’Italia saperli spendere bene, con progetti chiari e rapidamente realizzabili, magari seguendo l’esempio virtuoso di altri Paesi del Sud, come la Spagna e il Portogallo.

Il Recovery Fund, insomma, non è una torta da spartire (come ammonisce il commissario Ue Gentiloni) ma una leva per cambiare equilibri e qualità dello sviluppo economico e sociale. È il nuovo piano Marshall o, meglio ancora, un piano Delors, come quello che guidò il grande sviluppo europeo verso la fine del Novecento. Dunque, adesso, bisogna essere seri, finalmente, nelle scelte politiche ed economiche. Come, peraltro, lo sono gran parte degli italiani, da Milano a Palermo.