Abbiamo bisogno di vincoli esterni che ci spingano verso vere riforme, ben sapendo che i costi sono politici perché destabilizzano interessi perversi che hanno ostacolato lo sviluppo del paese

di Antonio Purpura

Douglass North, Nobel per l’Economia nel 1993, ha dimostrato che l’efficacia delle politiche di sviluppo dipende, oltre che dalle risorse materiali, anche dal “contesto istituzionale”, ossia dall’insieme delle norme che regolano i rapporti economici e sociali (“contesto formale”), e dalle modalità con cui i cittadini interagiscono fra loro e con lo Stato nello svolgimento delle loro attività (“contesto informale”). Orbene, una parte significativa del ritardo di sviluppo del Mezzogiorno può essere spiegata dal funzionamento perverso del “contesto informale”, ossia dall’insieme dei comportamenti di quanti, dentro e fuori la pubblica amministrazione, “interpretano“ le norme, le piegano agli interessi particolari, ne allungano i tempi di attuazione e degradano la discrezionalità in arbitrio. Tutto questo, nei decenni, è servito a depotenziare, e a pervertire, gli effetti delle misure di politica economica nel Sud.

Diversa è la chiave di lettura che lo schema di North suggerisce per comprendere i ritardi di sviluppo che tutto il Paese ha accumulato negli ultimi venti anni rispetto alle aree più sviluppate dell’Europa. Le cause istituzionali vanno, in questo caso, cercate anche dentro il “contesto formale”, ossia nella inadeguatezza delle norme che regolano alcune attività essenziali dello Stato, il funzionamento dei mercati del lavoro, dei servizi professionali e tutto il resto. Tutto ciò ha creato condizioni avverse al dispiegamento del potenziale di sviluppo del Paese, ed è all’origine della stagnazione della nostra produttività del lavoro.  

Alla luce di queste notazioni, la grave crisi del Paese pone a tutti questo interrogativo: siamo in grado di attuare le riforme necessarie per ammodernare le regole formali e informali in modo da renderle coerenti con lo sviluppo? Oppure abbiamo bisogno di vincoli esterni – come North suggerirebbe – che ci spingano in tale direzione, ben sapendo che per alcune riforme i costi sono essenzialmente politici (non economici) perché destabilizzano interessi consolidati e perversi che hanno sin qui ostacolato lo sviluppo del Paese? Letta in questa chiave, la “condizionalità” dei finanziamenti europei promessi al nostro Paese per il post-Covid potrebbe apparire meno “umiliante” di quanto certa propaganda sostiene, e probabilmente anche necessaria ed efficace.