È stato questo per quarantacinque anni l’orario di lavoro di Giuseppe De Luca, guardiano del faro nell’isola di Ustica. Una vita in solitudine e immerso nella natura. Ora che si prepara ad andare in pensione dice: “sono stato un privilegiato”

testi e fotografie di M.Laura Crescimanno

Dal tramonto all’alba, immancabilmente, il fascio luminoso del faro di Omo Morto, un costone roccioso rivolto a nord est sull’isola di Ustica, rischiara la terra e il mare, visibile sino a oltre 34 miglia, ogni quindici secondi con tre fasci di luce. Rassicura i pescatori dell’isola che trascorrono la notte sulla barca, e avvisa i naviganti di passaggio. Un mondo che si appresta a finire: le macchine hanno già sostituito per molti aspetti il lavoro dell’uomo, qui come altrove. Ma Giuseppe De Luca, farista della Marina Militare, che resterà in servizio sino alla fine di quest’anno, è uno dei pochi italiani che non vorrebbe affatto andare in pensione. Sarà per l’unicità del suo lavoro – i pochi rimasti in servizio lo fanno soprattutto perché attratti dal fascino di una vita in luoghi immersi nella natura, lontani da smog e rumori – oppure perché al suo faro sull’isola, dopo 45 anni di servizio, si è davvero affezionato. Timido e un po’ impacciato nel fisico corpulento, che lo ha di certo aiutato nei lunghi inverni trascorsi a lavorare anche in condizioni difficili, è abituato più al silenzio e all’isolamento che all’attenzione dei media.

Si aggira nelle stanze tra strumenti e carteggi, sale in alto ai locali della lanterna dove si trova l’ottica, la parte più delicata del sistema di segnalazione luminosa, e ne illustra con orgoglio la perfetta cura e manutenzione. E quando parla del suo prossimo pensionamento, si nasconde sotto un sorriso imbarazzato, confessa che sarà costretto ad andare via perché ha completato i quarantacinque anni di servizio, ma che la vita al faro sulla sua Ustica non l’avrebbe mai cambiata con nient’altro.

Infatti è qui che resterà a vivere. Tra queste stanze affacciate sul blu, lontane dal centro abitato, dove ha vissuto per anni con la moglie usticese e con i due figli.  Quando il faro risorgerà a nuova vita – è destinato a diventare una struttura alberghiera con sei suite e terrazza – sarà contento di raccontare tutto questo ai turisti che verranno.

Come racconterebbe la sua vita qui?

“Ho trascorso la mia vita a sorvegliare la torre dei due fari di quest’isola dalla quale non penso affatto di separarmi, per  garantire l’efficienza del segnale luminoso, eseguire  la manutenzione degli edifici, della lanterna e dei sistemi ottici al suo interno. Sono arrivato qui che avevo ventidue anni, sull’isola ho conosciuto mia moglie e insieme abbiamo vissuto al faro. La mattina, come tutti i papà, lungo una scoscesa trazzera di campagna, ho accompagnato i miei figli a scuola, guardando il mare. Adesso che sono arrivati gli ultimi mesi di servizio, mi rendo conto che sono stato un privilegiato”.

Mai sentita la solitudine?

“La vita del farista spesso passa in solitudine, e va affrontata con qualsiasi tempo meteorologico. Un lavoro che richiede forza fisica e passione, prontezza nelle segnalazioni di pericolo o di malfunzionamento alle autorità superiori, Marina e Guardia Costiera. Motivo per cui, dopo l’orario di servizio, devo comunque rimanere reperibile. Eppure è un mestiere che rifarei, che consiglio ai giovani che amano il contatto totale con la natura all’aria aperta, 365 giorni all’anno”.

Il patrimonio dei fari in funzione di Sicilia conta ben 36 strutture, secondo i dati di MariSicilia, e sono sotto il controllo delle Soprintendenze. Tutti gli altri sono classificati come fanali. Ma come successo in molti altri Paesi d’Europa, il loro destino è quello di accogliere i turisti. Come già successo a Salina, nelle Eolie e presto a Brucoli, nel Siracusano. A Omo Morto Non si sente un po’ triste al veder finire un’epoca?

“No, al contrario trovo giusto che si possano realizzare nuove ristrutturazioni con l’intervento dei privati, che si introducano nuove tecnologie, come i pannelli fotovoltaici, che i fari siano frequentati e raccontati.  Quando il progetto di hotel e di museo del mare sarà realizzato, e la proprietà vorrà chiamarmi per fare da guida per illustrare il funzionamento del sistema e la caratteristica di segnalazione, che per ogni faro è differente e quindi lo rende riconoscibile, io ci sarò”.

Non le sembra che sia comunque il tramonto di un mondo?

“I fari rimangono comunque di proprietà della Marina Militare, che ne deve garantire la funzionalità. Dunque, anche quando questa struttura diventerà un albergo, il segnale luminoso sarà gestito e controllato dalla Marina.  Anche se oggi gran parte dei fari sono automatizzati ed elettrificati, resterà comunque importante il compito di supervisione dell’uomo, che di fronte a un malfunzionamento, garantisce che subito possa partire l’avviso ai naviganti attraverso le autorità competenti. Credo che il mestiere di guardiano del faro rimanga utile, i fari sono da secoli la compagnia e la sicurezza di che va per mare, e tali devono restare. Ai giovani siciliani consiglio di replicare questa mia scelta, partecipando, quando e se saranno rimpiazzati i posti lasciati vuoti da noi anziani e nonostante l’automazione dei servizi, ai concorsi banditi dal Ministero della Difesa”.