Per fare sviluppo non occorrono interventi dall’alto ma profondi processi di autocoscienza e di autopropulsione collettiva. Perchè la società non è fatta di ordinanze: comandano testa e creatività. Per il sociologo Giuseppe De Rita è questa la migliore ricetta per far rinascere Il sud d’Italia. Puntare sulle persone

di Antonella Filippi

“Per ricostruire bisogna desiderare”. È un’efficace constatazione del sociologo Giuseppe De Rita. Che aggiunge: “Per fare lo sviluppo ci vuole molta libido. Scherzando, dico sempre che il migliore periodo dell’Italia è stato quello del miracolo italiano degli anni ’60, periodo che ha visto anche il picco delle nascite in Italia: qualche connessione, sia pur non documentabile, deve esserci. Secondo me significa avere una forza interna, quella che ti fa dire “voglio”: voglio una famiglia, dei figli, una casa nuova, un’azienda tutta mia. Un conglomerato di istinti, una vera carica di libido. La società non è fatta di ordinanze e circolari. Comandano testa, fantasia, rabbia”.

De Rita, classe 1932, fondatore del Censis, Svimez e Cnel nel suo curriculum, tra i più autorevoli osservatori delle trasformazioni economiche, sociali e istituzionali del nostro Paese, ha appena pubblicato per Laterza Il lungo Mezzogiorno, una raccolta di quattordici testi impregnati di riflessioni, scritti a partire dagli anni ’60 e frutto di un lungo lavoro sul Sud, che ripercorrono la complessa questione meridionale, tema antico ma attuale. Partendo da due presupposti: il primo è che non è l’economia a trainare il sociale ma il contrario, mentre il secondo semina la certezza che “per fare sviluppo non occorrono interventi dall’alto ma profondi processi di autocoscienza e di autopropulsione collettiva”. Due concetti rispettivamente di Giorgio Sebregondi e di padre J.L. Lebret, cui De Rita si è aggrappato per la sua caparbia avventura al Sud, dove lo ha condotto il lavoro e l’amore per quella parte d’Italia. Non vuole, però, parlare della specificità della Sicilia: “Non vengo giù da un paio d’anni e io, abituato a fare ricerca, parlo solo delle cose che ho visto, annusato, sentito, intuito. E dopo aver dialogato con la gente”.

Torniamo allora all’emergenza che viviamo: i bonus per “curare” il post-pandemia non servono?

“è difficile parlare dell’intervento post-pandemia, dove c’è tutto ma manca una strategia. Con questa soluzione, quella del bonus, si raggiunge la famiglia che non può permettersi la vacanza, il professionista che ha perso mole di lavoro: ma tutto questo, senza una strategia, non arriva a quel momento di trasformazione del sistema che manda avanti tutto. È pioggia che resta lì, non crea fiume. La ripresa la fanno le persone, non il governo che così uccide l’iniziativa. Ritengo che la presenza di piccoli imprenditori e artigiani siano sintomi che indicano un futuro del Mezzogiorno sempre più legato alla dialettica e alla convergenza di intenti”.

Quindi partire dal basso, come premessa per creare sviluppo. Specialmente al sud, il sociale è un architrave fondamentale per stimolare l’economia?

“Sono abbastanza vecchio per ricordare che negli anni ‘50 l’intervento per il Sud fu tutto economico e infrastrutturale, di industrializzazione e incentivi. Sociale quasi nulla. Dovemmo arrivare ai primi anni ’60, con Pastore ministro, per una concezione diversa. A quell’epoca pensavamo che tanti soldi, concentrati nel tempo, tutti sull’economia, avrebbero trasformato la società. Questo non è avvenuto, è una constatazione storica. Quel modello non ha funzionato, pur se nel 1950 c’erano centinaia di miliardi che la Banca mondiale metteva a disposizione di Donato Menichella, governatore della Banca d’Italia, che poi destinava alla Cassa del Mezzogiorno. E c’erano una classe dirigente della prima Cassa di straordinaria qualità e una tensione politica non indifferente: eppure il Mezzogiorno si è quasi afflosciato di fronte a questo grande intervento pubblico. Durante la discussione sulla Cassa del Mezzogiorno in Parlamento, ricordo un bellissimo intervento di Giorgio Amendola il quale sostenne che “non si fa lo sviluppo senza portarsi appresso il popolo”. Ma la Cassa era andata in altra direzione”. 

La sua antologia si ferma al 2002, al fallimento dei patti territoriali: cosa è stata quell’esperienza? Si può riproporre? 

“Impossibile. I patti hanno bisogno di vigore, di forza, di voglia di muoversi delle popolazioni locali, tutte condizioni che, una volta spente, non si recuperano vent’anni dopo. È roba del passato, non si può ripetere.  Ma non nascondo la mia rabbia per il modo in cui furono fatti saltare in aria”. 

Un intervento per sostenere le organizzazioni di terzo settore a fondo perduto: è la recente proposta di Carlo Borgomeo, presidente della “Fondazione con il Sud”. La condivide?

“Borgomeo viene da un’esperienza straordinaria, quella della legge sull’occupazione giovanile. Erano gli anni ’70, preistoria della politica meridionale, abbiamo lavorato molto insieme. Ma attenzione: lui non solo dava il denaro, lui monitorava, controllava, aiutava, e credo che oggi non abbia dimenticato quell’esperienza. Nella redazione degli ultimi decreti del governo, il terzo settore non è stato trattato male, è più forte di quanto non appaia in superficie. Risentirà della pandemia? In alcune regioni, tipo la Basilicata, la pandemia è stata un articolo di giornale e nulla più. Non riversiamo su di essa troppe colpe e troppe speranze”.