di Laura Anello

Almeno una volta al mese ricevo una telefonata o una mail da un siciliano “emigrato” che vuole rientrare in Sicilia. Non sono bamboccioni, ma giovani professionisti affermati che hanno voglia di spendere l’esperienza acquisita a casa propria. Stanchi di sentirsi forse un po’ disertori nella trincea che è la nostra Sicilia. Stanchi di vivere dentro metropoli avanzate ma fredde da ogni punto di vista.

Forse perché anche io sono una siciliana di ritorno, chiedono a me informazioni e possibili opportunità. Io non ho mai demonizzato chi se ne va (in questo numero Domenico Dolce, la metà di Dolce & Gabbana, ci racconta la sua “fuga per la vittoria”, e l’attore Alessio Vassallo sorride dei suoi successi ottenuti andando via da Palermo) ma mi piacerebbe che le partenze non fossero a senso unico. E non fossero obbligate.

Su Gattopardo raccontiamo ogni mese storie di andate e di ritorno, perché la domanda sull’andare o restare in Sicilia è parte fondante della nostra identità. Non c’è nessun siciliano che prima o poi nella vita non se la sia fatta.

Adesso lo smart working ci ha fatto capire che per lavorare, spesso, non è necessario stare incollati a una sedia del proprio ufficio. Lavorare da Sud per aziende del Nord non è un’utopia ma un progetto portato avanti concretamente da un collettivo di giovani di successo che si chiama South Working. Lavoro dal Sud. In poche settimane, più di 1000 ragazzi da loro interpellati si sono detti disponibili a tornare in Sicilia, se potessero lavorare a distanza.

Se il modello attecchisse, significherebbe riportare qui un enorme capitale umano disperso. Acquisire in poco tempo portatori di innovazione, di buone pratiche, di passione. Gente vissuta in contesti dove il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione è più sano e più efficiente. Che parta da qui la rinascita del Sud?