di Paolo Inglese

Ci siamo affacciati alla vita sociale che ricomincia, e la domanda è: vogliamo ricominciare li dove eravamo rimasti oppure siamo capaci di dare una svolta, di partire, piuttosto che ri-partire? Non è una domanda oziosa. L’orientamento politico generale, che si concretizza negli investimenti di denaro, sembra voler privilegiare il “green deal”, affermando l’idea che la crescita indiscriminata è pure un concetto economico, ma è un controsenso biologico. E fin qui ci siamo.

È come se il sistema economico che ognuno di noi viveva per suo conto e per quanto poteva interessargli, ora appaia a tutti nella sua complessità, svelando la rete di connessioni che solo a chi voleva avere occhi per vedere, erano già chiare. Siamo ancora disposti a sopportare il costo ambientale dello sviluppo indiscriminato? La natura certamente non lo è più. Occorre una visione di sintesi. Il mondo dell’agricoltura, come tanti altri, era, prima del Covid, diviso tra visioni forti della loro inconciliabilità. Bio contro tradizionale, naturale contro intensivo e via dicendo, passando per biodinamica, permacultura eccetera. Insomma un mainstream che avvelena ambiente e consumatori, governato dalle multinazionali delle biotecnologie, dei pesticidi e dei fertilizzanti, oltre che delle sementi in mano a pochi privati e, dall’altra parte, il mondo dei piccoli “contadini ribelli”, con le varietà “storiche”, i prodotti tipici, il chilometro 0 e i consumatori consapevoli. Star Wars: l’Impero, la Morte Nera contro la Repubblica e Ian Solo.

Adesso basta. Adesso è il tempo di una consapevolezza più ampia e di una discussione più profonda e – finalmente si può dire – basata sulla conoscenza, sulla ricerca. Occorre una sintesi tra le necessità locali e la dimensione mondiale del mercato. Tra il mondo della produzione e quello della distribuzione. Tra la qualità estetica e la qualità globale del cibo. Tra l’interesse privato e quello delle comunità di chi produce e di chi consuma. Abbiamo capito l’enorme importanza della logistica. In Italia, nei supermercati (la grande distribuzione organizzata) non è mancato neanche un dado da brodo. Siamo stati un eccezionale esempio di efficienza e di capacità di reazione a una difficoltà inimmaginabile solo una settimana prima che avvenisse. Si è ridotto lo spreco con punte del 30-40 per cento. Siamo tornati a cucinare. Abbiamo capito che la velocità non è un mantra obbligatorio e che se, come pare, una parte del mondo del lavoro rimarrà “remota”, in smart working, allora, magari, cucineremo ancora e faremo la spesa più spesso, comprando, ogni volta, la giusta quantità di alimenti. Abbiamo capito che i grandi cambiamenti dipendono da piccole cose facili, sotto gli occhi di tutti. Dalle abitudini consolidate che ci vuol poco a scardinare. Dovremmo farne tesoro.  Dovremmo capire che siamo tutti sulla stessa barca, o pianeta, con buona pace della pubblicità ingannevole.

Non è consolante stare dalla parte dei buoni, abbiamo tutti gli strumenti, tutte le conoscenze e oggi, forse, anche la sensibilità per capire non dove dobbiamo andare, ma almeno come dobbiamo andare. La ricerca scientifica ha un’enorme responsabilità sociale, oggi. Deve esserne consapevole, uscendo da una logica competitiva alimentata da sistemi di valutazione che confondono la qualità con la quantità. Speriamo di saper cogliere quest’occasione straordinaria che la crisi ci offre. Speriamo di ripartire dalla quarantena, non dal giorno prima che accadesse. Per il bene di tutti e di ognuno di noi.