Dopo quarant’anni Giuseppe Maurizio Piscopo lascia l’insegnamento nelle scuole elementari, ma di certo non si mette in pensione. Ha deciso di comprare un apecar per girare paesi e scuole di Sicilia e raccontare nuove e vecchie favole. A grandi e piccini

di Mario Pintagro
foto di Pitrone

Il conto alla rovescia per la pensione del maestro Giuseppe Maurizio Piscopo è già cominciato. Tra pochi giorni questo maestro poliedrico ed eclettico, un po’ Alberto Manzi, un po’ chansonnier, che cattura l’attenzione dei bimbi più riottosi e recalcitranti con la sua fisarmonica e mille storie, lascerà la scuola per andare in pensione. Lo incontriamo in una sede innaturale anche se  lui avrebbe preferito all’uscita da scuola, la Raffaello Lambruschini di via Minzoni a Palermo. Zona da ceto medio, ma Piscopo si è fatto le ossa in periferia, all’Ingrassia, alla Cavallari al Rosolino Pilo, dove la sfida da vincere era l’abbandono scolastico.

Maestro, ha già dato la ferale notizia ai suoi giovanissimi allievi?

“Sì, e non l’hanno presa bene, nemmeno quelli di quinta che sono un po’ più grandicelli e in fondo devono per forza lasciare la scuola perché fanno il gran salto verso la scuola media. Lascio poco più di 250 allievi distribuiti in tre classi seconde e in due classi per prima, terza, quarta e quinta. Un bimbo si è messo a piangere e ha minacciato di rivolgersi al sindaco per bloccare il mio pensionamento”.

Dad, Didattica a distanza. La tecnologia sposata all’emergenza per affrontare la chiusura delle scuole. Quanto le è pesato fare a meno del rapporto diretto con gli allievi?

“Alla fine non mi ha pesato molto. I bambini di prima e di seconda mi hanno chiamato spesso con WhatsApp a tutte le ore del giorno, per loro era diventato quasi un gioco. Chiamiamo il maestro vediamo che fa… Con le altre classi mi sono collegato in maniera interdisciplinare nelle lezioni delle colleghe. I bambini in questa emergenza sanitaria si sono comportati meglio dei grandi e hanno confermato che sono più avanti di tutti”. 

Le è dispiaciuto finire così la carriera?

“Sinceramente no. Avrei voluto organizzare una festa all’Università con tutti i bambini con i quali ho lavorato, per ringraziarli, per abbracciarli, per coccolarli uno per uno, invitando soltanto pochissime maestre. In una poesia di Loris Malaguzzi dal titolo: ‘Invece il cento c’è’, al bambino che ha cento lingue, cento mani, cento pensieri, cento mondi da sognare, certe maestre che portano carbone gliene hanno rubate novantanove. Da maestro ho cercato ogni giorno della mia vita con il cuore e con la mente, con la musica, con la letteratura di arricchire sempre di più mondo e la fantasia di tutti i bambini che ho incontrato nelle scuole dove ho insegnato. Spero che qualche volta si ricordino di me”.

Facciamo un bilancio dei suoi anni passati a scuola. E soprattutto ora che è quasi sull’uscio, possiamo dire cosa non va nella nostra scuola primaria che fino a dieci anni fa era ancora un modello in tutta Europa?

“La prima cosa che mi viene in mente è che stanno scomparendo gli insegnanti. Intendo le figure maschili. Da me siamo rimasti solo in due. Ma questa figura è importante e strategica, e nessuno vuole fare più questo mestiere che richiede sacrifici, dedizione. Insegnare è una missione. L’insegnante non è un burocrate. Oggi ci sono delle brave maestre ma in molte manca la motivazione, la consapevolezza del ruolo che svolgono. Un maestro è in grado di cambiare la vita di un bambino. E chi fa felice un bambino, fa felice se stesso. Ma ho l’impressione che sia finita un’epoca”.

Cosa farà da pensionato? Riporrà i libri in uno scaffale?

“Ma neanche per idea. Il mio sogno è acquistare una motoape a quattro ruote, un Porter, su cui monterò una piccola scenografia dipinta dall’artista Niccolò D’Alessandro, girerò per la Sicilia, nei paesi e nelle scuole per raccontare storie. Già mi vedo arrivare nelle piazze e arringare la folla con un venghino signori, venghino, come si faceva una volta. Ma a differenza di Antonio La Cava, io parlerò di scrittori e cantastorie siciliani. Magari cominciando da Le parocchie di Regalpetra di Leonardo Sciascia, passando poi per un omaggio a Federico Fellini. Tutt’e due amavano le filastrocche e il primo è stato anche un ottimo insegnante elementare. Ma voglio raccontare anche le mie esperienze di vita, il periodo trascorso a Parigi, quando vivacchiavo cantando nei locali e per strada. Una sera suonai le musiche di Mikīs Theodōrakīs e alla fine scoprii che c’era chi mi aveva pagato la cena. Era proprio Theodōrakīs che si trovava in sala, esule a Parigi dall’Atene dei colonnelli. Fu una grandissima emozione. Parigi mi piacque subito. Frequentavo i cinema d’essai, studiai il francese, mi innamorai. E quando tornai a Favara, nel mio paese, acquistai un’auto francese e tutto quello che acquistavo doveva avere il marchio di quella nazione”.   

Sarà un insegnante itinerante che continua la sua missione. Come le è saltato in mente?

“Potrà sembrare strano ma l’idea me l’hanno data i libri in uso a scuola. Sono fatti sempre peggio. Pensi che un sussidiario in uso fino a pochi anni fa pubblicò una descrizione della Sicilia con otto province. Si erano scordati di Trapani e c’erano altri 54 errori. Ma non è che se ne fossero accorti a Capo Lilibeo. Me ne accorsi io che chiamai i cronisti ed ebbi i cinque meritati minuti di ribalta sulla cronaca nazionale. E dire che quei libri erano passati dal vaglio di ben cinque commissioni. O non li hanno manco aperti oppure non se ne sono proprio accorti!”.

Il Presidente della Repubblica Ciampi l’ha nominata Cavaliere, ha scritto molti libri, l’ultimo è La maestra portava carbone, ha poi realizzato concerti e spettacoli, ha lavorato per la Rai. L’abito dell’insegnante le è sempre sembrato un po’ stretto. Proseguirà con l’attività editoriale?

“Certamente. Voglio realizzare cinque libri in cui raccontare le storie che sono state sempre taciute o non hanno mai avuto il giusto spazio. Dentro ci metterò le storie dell’emigrazione negli Stati Uniti, il mondo delle serenate, quello dei barbieri che facevano musica estemporanea tra un cliente e l’altro, i bambini che giocavano pe strada, le storie dei bambini sfruttati nelle miniere di zolfo. Voglio restituire ai bambini una memoria che è stata loro sottratta. E raccontare a modo mio anche il Risorgimento, con le mille speranze alimentate dall’arrivo di Garibaldi coi Mille e il successivo tradimento della politica”.

Favara è il paese noto per il più alto numero di imprese edili in Italia. Molti paesi siciliani spesso fanno notizia più per la cronaca giudiziaria che per altro. Ci sarà spazio per la mafia nella sua narrazione per strada?

“Certamente, ma sarà un racconto personalissimo. Racconterò per esempio di come Sciascia, da insegnante elementare, criticò l’atteggiamento benevolo che un politico navigato come Aldo Moro ebbe nei confronti di don Calò Vizzini. Sciascia analizzava la situazione e la realtà con il metro e l’occhio dell’educatore, dell’insegnante. E i maestri hanno una marcia in più rispetto alla media, hanno la capacità di leggere la realtà a modo loro”.

Quanta Favara ci sarà nei suoi racconti?

“Tantissima. Molte storie sono di vita vissuta. E anche il libro che ho in mente, ‘La figlia di don Fofò’, si ispira a una vicenda delle mie parti. È la storia di una ragazza ribelle. I genitori la mandano in un collegio svizzero perché impari le buone maniere, ma dopo un po’ i titolari dell’educandato la rispediscono indietro. ‘Venite a prenderverla, non è proprio cosa. È una gran vastasa’”.