di Gianfranco Marrone

È legge universale della comunicazione: più si è imprecisi, più si scatenano le interpretazioni. Deve averlo presente il nostro Governo, che emana decreti le cui regole sono tutt’altro che chiare. Sembra lo faccia apposta. Cosa significa congiunti? quant’è la distanza sociale? Eccetera. Da noi, almeno inizialmente, c’è stato il problema della spiaggia: solo per nuotare o anche per la tintarella? Dimenticando che un luogo come Mondello, per esempio, è sempre stato vissuto dai palermitani come territorio aperto dove tutto è possibile, se non necessario. Dallo struscio alla briscola in cinque, dal volleyball al coccobello.

Così, nella diatriba delle disposizioni e delle loro innumerevoli letture, si è insinuata un’attività non prevista che scardina la supposta differenza fra utile e superfluo, bisogno e piacere. Si tratta della pesca. Non quella che si pratica per mestiere, dunque per procacciare cibo e denaro, e nemmeno quella sportiva, le cui finalità sono agonistiche. Semmai la pesca dell’amatore, professionista o dilettante che sia, il quale rispunta periodicamente nelle nostre beneamate coste.

Nella prima mattina del 5 maggio (e ben oltre), data per più ragioni fatidica, hanno difatti salutato la famigerata Fase2 mondellana moltissime figure di questo tipo. Che hanno piazzato canne e lenze lungo la spiaggia in attesa del sospirato bottino ittico. Le volanti passavano e ripassavano, osservandoli con perplessità. Avranno abboccato?