Scatti realizzati nel pieno della quarantena raccontano una Palermo diversa, come sospesa, immobile, senza più storia. Li ha realizzati il fotografo Mauro D’Agati. un poetico reportage delle emozioni

di Daniela Tornatore

La città che nessuno ha visto. Il semaforo rosso a fermare quel che è già fermo. Strade deserte, non un’automobile, il silenzio che si fa immagine. Solo un piccolo stormo di uccelli a muovere l’aria. The City That No One Has Seen è il frutto della quarantena di Mauro D’Agati. Il libro raccoglie 150 scatti attraverso i quali il fotografo palermitano racconta la propria città alle prese con la pandemia da Covid. Non quella delle sale di terapia intensiva, delle autoambulanze a sirene spiegate, delle mascherine sui volti di medici e infermieri, né quella di uomini e donne collegati a respiratori polmonari. Piuttosto, quella sospesa, immobile, interrotta, quasi senza presente e senza futuro. Un libro che non non è l’unico ( ricordiamo anche quelli di Valentino Bianchi e di Paolo Caravello) con il timbro di 89Books, la casa editrice di libri d’arte e fotografia che lui stesso ha fondato un anno fa, con sede proprio a Palermo ma di respiro internazionale (ecco perché il titolo del libro è in inglese), impegnata nella scoperta e nella pubblicazione sperimentale di libri fotografici in edizione limitata. Centocinquanta scatti partoriti in una manciata di passeggiate sotto casa, con lo sgomento negli occhi. Un’esperienza unica, che non ha precedenti nemmeno per lui. E dire che Mauro D’Agati lavora da anni in giro per il mondo, investendo sempre sulla Sicilia.

Quanto è stato inusuale?

“Non mi era mai capitato in tutta la vita. Nel mio lavoro ho sempre a che fare con le persone, in genere c’è l’uomo al centro delle fotografie. Stavolta sono stato costretto a un approccio totalmente diverso. Anche interessante, sotto certi aspetti. All’inizio ero bloccato, chiuso in casa senza alcuna voglia. Poi ci ho pensato su e ho deciso di lasciare traccia di questi giorni. E alla fine, camminando a piedi senza meta, ho visto un sacco di cose che non avevo mai visto”.

Per esempio?

Scorci, architetture, particolari ai quali non avevo mai fatto caso. Eppure Palermo la conosco bene, è la mia città. Il risultato finale è tutto tranne che un reportage. Non era questo il mio intento. Non ho fotografato gli ospedali, non i cimiteri. Non ho fatto cronaca. A spingermi stavolta c’era soltanto un fatto puramente emotivo. Ecco, forse è più che altro un reportage delle mie emozioni, delle mie sensazioni”.

Che tipo di sensazioni?

“È stato come trovarmi nel mezzo di un deserto, di un mondo sconosciuto, catapultato in una dimensione irreale, ma era casa mia. Da Bangkok – dove mi ero fermato per due mesi – a Palermo – dove sono arrivato il 6 marzo – il lockdown mi ha preso in pieno. Ho scattato quelle foto con uno stato d’animo strano, di fretta, con la paura a inseguirmi. Quella che ho visto era una città fantasma, più che vuota, direi svuotata. Un’immagine scioccante, una visione che toglieva perfino la speranza”.

Sono tutte foto in bianco e nero?

“Bianco poco o niente. Tanto grigio e nero, più che altro”.

Una di queste fotografie ha un significato particolare per lei…

Sì, non a caso l’ho scelta per la copertina del libro. È l’immagine della strada di casa mia, non l’avevo mai vista così vuota. Sembrava quasi finta, una scena teatrale. È quella che più di ogni altra mi ha lasciato la sensazione del tutto fermo”.

Tra tanta desolazione c’è qualcosa che le ha permesso di tirare il fiato durante le sue passeggiate?

Per fortuna sì, quando ho visto la statua di Santa Rosalia. Mi è apparsa all’improvviso, di spalle, rivolta verso la città. L’ho interpretato come un segno di speranza, di protezione. Infatti è la fotografia che chiude il libro”.

Parliamo di 89Books, che contiene un altro progetto, oltre a quello editoriale: le Residenze d’artista, che per ovvie ragioni al momento sono ferme.

Sì, abbiamo iniziato l’anno scorso con Boris Mikhajlov, il grande artista e fotografo ucraino, celebre per la sua ricerca tra arte concettuale e fotografia documentaria. Ha fatto i suoi scatti e, successivamente alla sua permanenza a Palermo, è nato un libro che è andato esaurito, l’abbiamo venduto a Londra, New York, ovunque. Appena sarà possibile, speriamo a fine estate, proseguiremo con Bruce Gilden, newyorkese, specializzato nei ritratti, che è già venuto a Palermo ma dovrà tornare per finire il lavoro iniziato. Attraverso le Residenze d’artista invitiamo fotografi internazionali per un soggiorno. Questa città è un laboratorio creativo a cielo aperto perfetto, ricca di suggestioni, una sorta di musa ispiratrice. Il lavoro che viene realizzato in questo territorio diventa poi oggetto di una pubblicazione, realizzata in accordo con l’artista ospite. Vendiamo soprattutto all’estero. Nessuna logica di mercato, nessun marketing, facciamo solo quello che ci piace fare, con i nostri contatti, tutto online. Il solo intento che abbiamo è quello di promuovere la fotografia e l’arte contemporanea, con progetti espressamente dedicati e con un forte coinvolgimento delle risorse del territorio, delle sue specificità, con il lavoro di artigiani e creativi”.

Perché proprio 89?

Per vari motivi e per tante coincidenze di numeri. Il primo libro pubblicato con la mia casa editrice conteneva casualmente 89 fotografie. Quando sono andato a comprare delle cartoline sulla Palermo dei primi del Novecento, mi sono accorto che il pacchetto ne conteneva 89, le ho comprate tutte. Un attimo dopo è passato un autobus con lo stesso numero. Per finire, 89 è il mio anno di nascita capovolto (1968 ndr). Può bastare?”.