Amicizia, amore, emigrazione, autorità, apparenza: ripubblichiamo in queste pagine un articolo del grande scrittore Vincenzo Consolo, dedicato a vezzi, manie e modi di dire dei suoi conterranei.  Fulminanti ritratti, ricchi di arguzia e ironia

di Vincenzo Consolo

(Giornale di Sicilia, giugno 1985)

Quando questo giornale mi propose di scrivere alcune voci di un mio vocabolario, mi si presentarono subito davanti, intimidatori, i fantasmi di Voltaire, di Flaubert, di Savinio e di tanti illustri e autorevoli signori. Cercai quindi di imboccare, per cautela, la strada dello scherzo, ma mi trovai nel grigio vicolo dei disameno, m’impantanai, per incompetenza, nell’ibrido stagno davanti al bivio del Dizionario dei luoghi comuni e dell’Enciclopedia personale. A mio vantaggio, l’aver fatto solo pochi passi, poche voci della lettera A. Il resto a domani: la vita è lunga e aggiungere noia a noia è poco danno.

AB ANTIQUO. La Sicilia è stata Sicilia ab antiquo. Quando Ninive e Persepoli e Gerusalemme, Ebla, Tebe, Menfi, Babilonia, Michele, Sparta, Atene e Roma non esistevano neppure come nomi, quand’erano appena, quelle famose città, piccole, rustiche comunità di cavernicoli e di palafitticoli, di pecorai, porcai e contadini, la Sicilia era già Sicilia in tutto lo splendore della sua civiltà. E ogni paese o città di Sicilia è stato civile ab antiquo, più ab antiquo e più civile di qualsiasi altro paese o città della Sicilia.

ACCADEMIA. Le accademie sorsero in Francia nel secolo sedicesimo per volere del re allo scopo di promuovere un’arte e una cultura cortigiane, di consenso. Ma in Sicilia le accademie, numerose e fiorenti nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, furono sempre oppositive e fucine di un pensiero e di un’arte originali e innovativi che si diffusero in tutto il mondo. Famosissime furono le accademie del Buon Gusto, de’ Geniali, degli Accorti, dei Pericolanti, dei Riaccesi, de’ Gioviali, degli Industriosi, dei Quieti, degli Infiammati, dei Deliranti…Dalle accademie nacquero poi le università, che continuano ancora oggi quella nobile tradizione di diffusione nel mondo, e soprattutto negli Stati Uniti d’America, dell’originale pensiero e cultura siciliani. Modi di dire: “Dentro l’accademia si è tutto, fuori dell’accademia non si è niente”, “Chi tocca l’accademia muore”, “Diffidare di chi diffida dell’accademia”, “Il sentire, il modo di essere accademico”, “In odore d’accademia”.

AMICIZIA. È il più nobile e il più antico sentimento in Sicilia, che si traduce in un profondo ed eterno legame di rispetto e di solidarietà. Un sentimento prevalentemente maschile. Per la sua intensa forza, l’amicizia si espande e si trasferisce in orizzontale, e in progressione geometrica, agli amici degli amici, e in verticale, ai discendenti diretti e collaterali, fino a formare consorterie, gruppi, famiglie, cosche, di notevolissima rilevanza sociale. In nome dell’amicizia, si può e si deve fare tutto in Sicilia. Questo sentimento così puro e disinteressato spesso prende forma religiosa e sociale nel comparatico.

AMERICA. Fu scoperta dai siciliani in due tempi, all’inizio del ‘900 e dopo la seconda guerra mondiale. I siciliani d’America si sono sempre divisi in due gruppi: i Doloranti e i Trionfanti. I primi, pavidi e passivi, sono finiti nelle fabbriche e nei lavori più umili e pesanti, lamentandosene, rimpiangendo sempre l’Isola d’origine. Dicevano: “La Mérica, la Mèrica/fu la sfurtuna mia:/nun era ppi la Mérica,/iu cca nun ci saìa”. I secondi, coraggiosi, attivi e intraprendenti, si sono imposti negli Stati Uniti a bagliori di lame d’intelligenza, a colpi di genialità, a raffiche d’azioni precise e produttive, imponendo nel contempo il buon nome della Sicilia. Sono divenuti, i Trionfanti, subito imprenditori e commercianti. Avevano grandi imprese per la gestione del tempo libero, imprese di svaghi e divertimenti con sedi in diversi locali, in sicuri appartamenti e lungo i marciapiedi delle metropoli americane. Commerciavano, negli anni Venti, nel ramo degli alcolici. Dal secondo dopoguerra in poi, si sono specializzati, invece, e ne detengono il monopolio, nell’importazione da paesi orientali di spezie e coloniali. Questi prodotti, raffinati e opportunamente confezionati in Sicilia, in fabbrichette di fiduciari e corrispondenti dei monopolisti, arrivano in America per essere distribuiti negli States e in tutto il mondo. Il commercio delle spezie è insomma Cosa Loro. Bisogna dire che non è stato molto difficile, per i siciliani Trionfanti, imporsi negli Stati Uniti, perché gli americani non hanno la fantasia, la furbizia e l’intraprendenza dei Mediterranei, sono un po’ infantili, spesso stupidi.

AMORE. È il sentimento che domina in assoluto l’ardente cuore dei siciliani. Quanta poesia, quanta letteratura, ha creato l’amore in Sicilia! Ha creato anche una scuola ed una lingua: la Scuola Poetica Siciliana. Se non ci fosse stato Dante, la lingua siciliana si sarebbe imposta in tutta la Penisola e oggi in Italia si parlerebbe e si scriverebbe in siciliano. Così, al posto di Fanfani e Spadolini, che sono assurti ai primi posti della scena politica nazionale grazie al loro fluido parlare toscano, noi avremmo avuto presidenti della Repubblica uomini, che so, come Salvo Lima o l’onorevole Cricchio di Fondachelle.

Quante follie, quanti suicidi, quanti omicidi si sono commessi a causa dell’amore! Caterve si contano in Sicilia di ricchi e nobili rovinatisi per amore di bellissime continentali (solo una si rivelò carrapipana), danzatrici e cantatrici, caterve si contano di giuliette e romei, di paoli e francesche, di baronesse di Carini. Dell’amore si dice, antifrasticamente: “Chi è, brodu di luppinu?”.

ANIMA. Questa entità spirituale è poco compresa e quindi poco praticata, portati come sono, i siciliani, alla corporalità. Lo si riconosce, questo anemos, questo vento, solo nelle sue concrete manifestazioni, come Dio si riconosce nelle sue opere: nell’anìmulo, nel vorticare senza posa dell’arcolaio, nella gastrite (“bruciuri a’ vucca ‘e l’arma”), nelle strazianti raffigurazioni dei corpi in fiamme delle Anime Purganti…I Siciliani, pur ignorando di averne una, sono spesso junghianamente posseduti dall’anima, come i personaggi di Gli animi perduti di Brancati o come il prof La Ciura della Lighea di Lampedusa. Altri, pur sapendo d’averla, l’anima, avendo letto Platone e San Tommaso, ma giudicandola un vecchio arnese ormai in disuso, la vendono ai rigattieri di anime morte.

ANTENATO. Tutti i Siciliani hanno gli antenati, più o meno illustri, più o meno titolari. Non ce n’è uno che non coltivi in casa un suo albero genealogico, che non abbia sul portone, su biglietti da visita, stoviglie, posate, camicie, vestaglie, pigiami, e mutande, un suo blasone, una sua corona, con più o meno palle. Negli anni Cinquanta e oltre, i comunisti siciliani, forse attanagliati dal rimorso per lo sterminio che i sovietici avevano fatto di questa crema dell’umanità durante la rivoluzione d’ottobre, incettarono i nobili più nobili dell’isola e li iscrissero al partito.

APPARENZA. Tutto è apparenza in Sicilia: terra, cielo, mare, flora, fauna, monumenti, scoppi, crepitii, boati, crolli, fumo, urla, e sangue. Sono apparenza soprattutto quei cinque o sei milioni di siciliani che in Sicilia vivono e si agitano. Quest’abitudine dei Siciliani di chiudere in casa l’essere e mandare in giro l’apparenza, la forma, tutti credono che sia un retaggio della dominazione spagnola. Invece no, il vizio è molto più antico. Risale al tempo in cui il primo straniero sbarcò nell’isola: il Siciliano, terrorizzato, nascose dietro la troffa di lentischio la sua realtà (un po’ maleodorante, in quel momento, per la verità) e gli agitò davanti l’apparenza. Questo gioco incessante dell’essere e dell’apparire, del nascondere e mostrare, non è che sia piacevole: procura spossatezza, esaurimento, nevrosi e porta qualche volta al delirio. Pirandello ha scritto un’infinità di pagine su questo dramma siciliano. Borges invece, durante una sua recente visita in Sicilia, guardando (a modo suo) uomini e cose, sembra abbia esclamato, soddisfatto: “Todo fantastico! Todo fantastico!”.


AUTORITà. Sempre accompagnata da costituita: comando, potere, forza, supremazia, eccetera. I Siciliani, estremi come sono in tutti i loro sentimenti, o la odiano o l’adorano l’autorità. I primi, per quell’odio, hanno sempre combinato fesserie, che nella storia vengono registrate come rivolte (da quelle degli schiavi a quella del Vespro, alle rivolte contadine del 1860). I secondi, dalla nascita alla morte, non hanno in testa che quel chiodo fisso: far parte dell’Autorità. Da qui e da sempre, il gran numero, sparso in tutta Italia, di siciliani carabinieri, poliziotti, impiegati delle Imposte e del Catasto, uscieri, cancellieri, giudici, prefetti, capi della Polizia, generali della Finanza. Da qui un gran numero di onorevoli e ministri. Forse questi secondi hanno inventato il famoso detto: “’U cumannari è megghiu du f…”, che la Mafia ha subito rovesciato in quest’altro: “Cu cumanna è f…”.