Il micro mondo, quello del pane buono, del piccolo produttore, dell’economia di quartiere, non hanno retto alle regole del gioco e stanno scomparendo di fronte alla cultura egemonica della globalizzazione

di Fabrizia Lanza
Foto di Tullio Puglia

M. Perché non torni in Sicilia come fanno tanti tuoi amici?

F. Perché dovrei, mamma? Tu sei stata la prima ad andartene. Io non sono cresciuto con l’idea che tornare in Sicilia fosse una possibilità e quindi non ho mai coltivato la mia appartenenza lì. Il senso delle mie radici.

Questo il dialogo tra me e mio figlio. Lui è del 1987, io del 1961. Mi torna in testa come un rigurgito ogni volta che leggo del disastro che ha seminato il Covid e ogni volta che penso alle magnifiche sorti progressive dell’umanità, l’idea sulla quale è stata incardinata la mia educazione, e che oggi mi sembra quantomeno da riconsiderare.  Soprattutto quando vedo i tanti Calogero, Vincenzo,  Davide, Clarissa, Lavinia ai quali l’anagrafe oggi regala all’incirca trent’anni. È vero, in cambio della loro assoluta precarietà, a loro è stato promesso di essere cittadini del mondo, di essere ubiqui e transfrontalieri, ma alla dunque con quale tetto sopra la testa e, soprattutto, con quale terra sotto i piedi?

Tu sei stata la prima ad andartene…. È vero. Della mia generazione in Sicilia non è rimasto quasi nessuno, i miei amici e coetanei sono in giro per il mondo, partiti, come me, a diciotto anni per studiare “fuori” come si diceva allora, con la convinzione, silente e scontata, che non c’era nulla da imparare stando a casa, nella tua terra e che per fare il salto era necessario andare avanti e quindi lasciare il nido, le tradizioni, le proprie storie familiari. Era la fine degli anni Settanta, primi anni Ottanta, la parola d’ordine era andare via, sprovincializzarsi, moltiplicare i punti di vista, vedere il mondo, conoscere genti, culture. Chi ne aveva la possibilità non aveva dubbi sul da farsi. Genitori e figli erano compatti nel medesimo slancio verso il progresso.

Ho un ricordo nitidissimo di Firenze nei primi anni Ottanta. Io abitavo in via dei Neri, dietro Palazzo della Signoria, allora piena di botteghe e abitata da una società di travestiti meridionali che ritrovavo in treno per Pisa da dove i travestiti e io prendevamo lo stesso aereo per Palermo. Ricordo, all’arrivo, la forza, dell’abbraccio delle loro piccole madri avvolte di nero e la presenza di questi uomini-donne, spalle larghe e labbra sensuali, sicuri ormai di aver conquistato un posto nel mondo.  Cinque anni dopo tutto questo era sparito, iniziava il saccheggio, i bar storici venduti l’uno dopo l’altro, via dei Neri un continuo di panini e souvenir, solo plastica, edibile e non,  da dare in pasto ai turisti tra un museo e l’altro. Firenze era stata la prima a svendersi, poi Venezia e Roma, mentre noi procedevamo spensierati. Matrimonio, lavoro, figli, i primi computer. Su e giù per il nord Italia con treni lenti e ancora appestati di fumo. Il rientro in Sicilia, a casa, era sempre riluttante, infastidito da questo andare avanti che ti sconsigliava di perdere tempo con la provincia, chiusa, asfittica, ferma.

Quindi mentre gli immigrati poveri si spostavano comunque dietro la rassicurazione di avere nel posto di destinazione un parente-gancio con quello che lasciavano e quindi un residuato di quella “provincia” alla quale comunque fosse loro sentivano di appartenere, noi –  privilegiati, ma ugualmente emigrati – ci spostavamo verso luoghi senza tracce o residui nostri, pronti a fare ping pong da un paese all’altro per lavoro, veloci, interscambiabili, sradicati, professionali, redditizi, emancipati dalle origini. Abbiamo cresciuto i nostri figli così, in corsa, apolidi, senza una terra loro sotto i piedi, se non quella dei nonni, visti solo d’estate e per le feste comandate.

E allora, perché mai mio figlio avrebbe dovuto “coltivare” la sua appartenenza, il senso delle radici che io stessa negavo?

Io irridevo mia madre quando lei andava appresso alle tradizioni, cercava ricette tra i contadini, e poi le raccontava agli americani. Riportava il locale su scala globale, ed era la cosa giusta da fare, avendo ben chiaro che cosa fosse il locale dal quale partiva e forse un po’ meno il globale al quale aspirava. Ma non importa, lei raccontava al mondo una storia che il mondo non sapeva e questo era bello, andava nel senso della crescita, il globalismo era ai primordi, e tutto aveva il senso della scoperta di mondi nuovi.

Vent’anni dopo sono tornata in Sicilia, e ho reimparato il locale dal quale provenivo, ovviamente in modo molto diverso da mia madre perché trent’anni della mia vita li avevo passati “fuori” prima di accorgermi che il locale era parte integrante di me e andava riconosciuto. Dopo il riconoscimento però è successa una cosa che a mia madre non si era mai manifestata neanche sotto forma di dubbio o di sospetto. Ho visto che la rappresentazione del locale che io – come mia madre aveva fatto prima di me – raccontavo al mondo, non coincideva più con il locale. C’era discrasia: noi discutevamo di dieta mediterranea e nella Sicilia rurale mangiavano schifezze, noi parlavamo di farine locali per fare un pane che sapesse di pane e nei paesi si usa farina canadese, noi andavamo a vedere fare la ricotta dal pastore e lui piangeva perché in quell’ idilliaco mestiere non voleva starci più. In realtà i locali vogliono bere Coca-Cola e mangiare hot dogs e immaginarsi moderni e progressisti tanto quanto qualsiasi teenager da Kansas City a Bombay.

Che cosa è successo in questi vent’anni? Cos’è cambiato tra il tempo di mia madre e quello mio? In cosa si è trasformato il senso di scoperta e di avventura della prima era globale?

È successo che il globalismo ha aperto le porte alla complessità e alla diversità del mondo e poi però le ha anche chiuse, sigillate in una cultura unilaterale e monocolore per cui i desideri del ragazzino di Baghdag non sono dissimili da quelli del ragazzino di Tunisi o Stoccolma. È successo che la provincia, la terra, il micro mondo (quello del pane buono, del piccolo produttore, dell’economia di quartiere) non hanno retto alle regole del gioco e sono implosi, è successo che una rappresentazione folkloristica di locale si è sostituita al buon senso di un’economia organica al territorio che la generava.

Risultato: anche  se volesse mio figlio non avrebbe più un “locale’”al quale tornare: l’orto del nonno ha cambiato segno, è diventato la Terra con la T maiuscola. Mio figlio, come molti della sua generazione, semplicemente non appartiene più a un luogo fisico, certamente non a quello cui sono tornata io, anche perché non esiste più. 

Schiacciato tra due derive opposte – quella di un locale che non esiste più e quella di una cittadinanza universale che ha omologato tutto e non promette più niente di buono – mi chiedo dove  troveranno il loro humus per produrre le loro radici forti e ramificate che servono per dare a tutti noi un futuro.