di Giuseppe Barbera
foto di Margherita Bianca

Dovremmo ormai sapere cosa sono le zoonosi: malattie infettive che gli animali trasmettono all’uomo che con loro è entrato in contatto distruggendo gli habitat naturali dove sono presenti come componenti della biodiversità. Annidati in organismi ai quali non arrecavano danni (i cosiddetti ospiti-serbatoio), sono penetrati, lungo i margini slabbrati tra foreste e periferie urbane, negli allevamenti industriali, nei mercati di bestie selvatiche di città compatte con spazi sempre più ridotti di parchi e giardini, non utili a ridurre le possibilità del contagio. Così è stato per molti virus come Ebola, Sars, l’Aids nato nella giungla del Camerun così come il Covid19 che, dalle foreste e i mercati cinesi, ha invaso il mondo. Non sarà l’ultimo, nuove pandemie si preparano in un pianeta sempre più affollato guidato da chi non ferma la distruzione delle foreste, continua a edificare megalopoli e non vede l’ora di distrarsi da altre crisi ambientali (il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità tra tutti) che insieme minacciano, con il virus ultimo venuto, l’umanità. Gli scienziati parlano di una sesta estinzione e di una nuova era geologica, l’Antropocene: quella del dominio cieco e distruttivo dell’uomo sulla natura.

Ogni angolo della Terra, ogni singolo uomo è interessato e, così, diventa sempre più valido il vecchio slogan ambientalista “pensare globalmente, agire localmente”. Grandi e piccole politiche sono necessarie, diverse sono le azioni possibili. In uno slancio di ottimismo, una indicazione positiva, che al di là delle intenzioni e dei risultati ha un valore simbolico, è quella che, tra i primi passi di ripresa dalla chiusura ha visto l’apertura dei giardini ai bambini.

Viene in mente una favola di Oscar Wilde (“Il gigante egoista”), che insegna che gli uni non possono vivere senza gli altri, e la considerazione che se il disastro della pandemia è nato nella distruzione dei boschi e nella mancanza dei giardini, è da lì che si tratta di ripartire. Lasciamo altri temi alla grande politica e alle grandi azioni e concentriamoci (“agire localmente”) alla occasione straordinaria, per una diversa città, possibile amica dell’uomo e della natura, che a Palermo costituiscono il Parco della Favorita e Monte Pellegrino. Mille e più ettari che potrebbero, molto più di quanto avviene adesso, fornire quei servizi, chiamati ecosistemici, che si riferiscono alle funzioni ambientali, produttive e culturali. Vale ripetersi e ricordare che straordinaria occasione sono gli spazi coltivati per un’agricoltura biologica e sociale, le stradelle, i sentieri e le radure per attività sportive e culturali, i giardini storici che la compongono nella prospettiva di un circuito che colleghi il giardino all’italiana, il parterre alla francese della Palazzina cinese, il giardino all’inglese della Città dei ragazzi e di Villa Niscemi, il giardino mediterraneo degli agrumi e degli olivi secolari. E le ex scuderie borboniche, che potrebbero ospitare servizi per i frequentatori e spazi culturali e il vivaio “misterioso”. E poi l’area ex nomadi che potrebbe diventare un’area di servizio al parco. Le funzioni ambientali andrebbero ovunque salvaguardate (nel rispetto delle finalità di quella che oggi è una Riserva), ma il recupero del bosco bruciato del Pellegrino, attraverso le linee guida di un piano di gestione, avrebbe un valore prioritario.

Un progetto complessivo che nasca dal sapere dei paesaggisti nel confronto con la città cui affidare anche la soluzione dei temi fondamentali della gestione e della mobilità, in un insieme che non sia più disgiunto tra la montagna e il piano. Rosalia, che nel 1624 salvò Palermo dalla terribile zoonosi della peste diffusa dalle pulci che infestavano i ratti sbarcati da una nave e George E. Hutchinson, grande biologo americano che nel 1959 da alcuni insetti che vivevano sul gorgo prospiciente il rifugio di Rosalia trasse intuizioni fondamentali per definire l’importanza della biodiversità, ci dicono che questo è il luogo e il tempo giusto per una città che sia amica insieme dell’uomo e della natura.