Lino Morgante presidente della SES la società editrice della Gazzetta del Sud del cui gruppo oggi fa parte il Giornale di Sicilia racconta come si è arrivati alla grande alleanza tra i due quotidiani e che cosa significa gestire giornali d’informazione “dobbiamo affrontare la sfida del cambiamento” racconta “ma abbiamo la possibilità di essere l’espressione delle genti del sud e i garanti di un possibile rilancio del meridione”

di Laura Anello

“La prima volta che mi balenò nella mente l’idea di un’alleanza con il Giornale di Sicilia fu a Genova, credo fosse il 2011, quando incontrai per caso l’allora caporedattore del quotidiano, Giovanni Rizzuto, scomparso prematuramente un anno dopo. Mi disse: avete mai pensato a una sinergia con il Giornale di Sicilia? Sono due realtà che potrebbero andare bene insieme. Voi della Gazzetta del Sud a Messina avete un bel centro stampa, noi forse non stamperemo più, voi siete fortissimi in Calabria, noi nella Sicilia occidentale…”. Primi vagiti del futuro accordo raccontati da Lino Morgante, 59 anni da compiere il 15 giugno, oggi editore dei due quotidiani dopo una lunga carriera nell’ambito del giornale messinese, prima da correttore di bozze poi da giornalista, fino alla nomina a presidente del Cda della Società Editrice Sud, succedendo al padre Giovanni, scomparso l’anno scorso.

Una poltrona da cui governa una galassia editoriale fatta di carta stampata, televisioni, radio, siti on line, di cui il Giornale di Sicilia, con i suoi 160 anni di storia, è il veterano. “Ai tempi di quell’incontro ero caporedattore della Gazzetta. Al ritorno da Genova ne parlai con mio padre, non era convinto, mi disse: sono realtà abbastanza diverse per pensare a una collaborazione. Ma poi ci fu una seconda riflessione determinata dalla chiusura di PK, la società della galassia Fiat per la pubblicità, con la necessità di trovare una soluzione per la raccolta locale avendo deciso di affidare alla Rcs quella nazionale. Fu naturale trovare una sinergia per ridurre i costi. Da lì il progressivo avvicinamento e la sempre più convinta consapevolezza che l’unione poteva fare la forza: Sicilia occidentale, Sicilia orientale e Calabria, una bella sfida. Nacque un’alleanza stretta, prima umana, poi professionale, con la proprietà detenuta storicamente, come quota di maggioranza, dalla famiglia Ardizzone, che ha portato col tempo e quasi inaspettatamente all’ingresso del Gruppo Ses nel Giornale di Sicilia”.

Una nuova sfida editoriale lanciata in tempi in cui lo sport più praticato è sparare contro l’informazione “tradizionale”. Adesso che ti trovi a tagliare il nastro dei 160 anni del Giornale di Sicilia, a tre anni dalla sua acquisizione, rilanceresti quella sfida?

“Certamente sì, credo che le alleanze siano il modo giusto per contrastare la crisi, peraltro acuitasi dopo la pandemia che ha cambiato le nostre vite. La mia idea è che sia stata una scelta giusta, logica, che potrà portare  cose buone. È chiaro che il conto economico, in questi ultimi mesi, è cambiato in peggio. Entrambe le realtà devono prendere la forma delle cose, e questo vale per tutti, dai poligrafici ai giornalisti. Bisogna essere intelligenti, pronti alle novità, abbandonare il precetto per cui ‘si è fatto sempre così e dobbiamo fare sempre così’. Le novità comportano sacrifici, quando si uniscono due realtà è inevitabile che ci siano sovrapposizioni e che due più due non possa fare sempre quattro. Ma il progetto editoriale, ancora in corso, porterà buoni frutti”.

Quando eri un giovane cronista della Gazzetta del Sud che cos’era per te questo quotidiano palermitano, il più antico dell’Isola, nato ancor prima dell’Unità d’Italia?

“Lo leggevo, conoscevo alcuni colleghi, ma neanche lontanamente avrei immaginato di vederlo un giorno fare parte integrante della Ses. Ho sempre amato la carta stampata, anche quella sportiva: sono cresciuto a pane e giornali. All’ultimo anno di Giurisprudenza, vicino alla laurea, ho saputo che alla Gazzetta cercavano correttori di bozze e ho cominciato così. Mi piaceva avere il giornale in anteprima, appena stampato, analizzarlo, scovare i refusi: li vedo subito, oggi come allora. Poi ho cominciato a collaborare per la cronaca: qualche anno in prova, poi l’assunzione con l’incarico di occuparmi delle pagine di Ragusa. Mio padre mi incoraggiava, ma stando un passo indietro, rispettoso delle mie scelte. All’inizio mi diceva: ogni giorno è una prova, capirai da solo se questo mestiere ti piace davvero, se hai voglia di fare  sacrifici, i grandi sacrifici che comporta”.

Tuo padre, anche lui partito dalla gavetta. Assunto come stenografo il 12 aprile 1952, stesso giorno della nascita della Gazzetta del Sud, promosso cronista di giudiziaria nel 1956, poi caposervizio, caporedattore, infine cooptato nel management della società grazie al grande rapporto di fiducia con Uberto Bonino, il fondatore della Ses, fino a diventarne presidente nel 1991. Le scalate ce le hai nel Dna…

“Mio padre. Anche lui un avvocato mancato, votato anima e cuore al mestiere di giornalista. Pignolo ed esigente fino all’inverosimile. ‘Avresti potuto fare meglio’, mi diceva sempre all’inizio della mia carriera. Per lui ho avuto una venerazione, consolidata da trentatré anni di vita fianco a fianco al giornale. Una simbiosi. Ogni giorno, in linea di massima la mattina a mezzogiorno, ci vedevamo mezz’ora per fare il punto sui fatti della giornata: qual è la notizia più importante di oggi, come è andata Gazzetta stamane in edicola? E poi la sera passava lui dal mio ufficio, facevamo l’ultima chiacchierata, commentavamo i fatti della politica nazionale”.

Celebriamo i 160 anni del Giornale di Sicilia. Qual è il suo futuro?

“Il futuro, insieme con la Gazzetta, è quello di due gemelli diversi che hanno una parte nazionale unica, rappresentativa del nostro Sud, non soltanto della Sicilia e della Calabria. Abbiamo la possibilità di essere l’espressione delle nostre genti  e i garanti di un possibile, auspicato rilancio del Meridione. Sviluppo, infrastrutture, formazione, scuola, università: i temi cruciali sono tanti. Ciascuno dovrà occuparsi dei propri storici ambiti di riferimento: il Giornale di Sicilia in particolare di Palermo, Trapani, Agrigento, della Sicilia occidentale nel suo complesso. Questa crisi generata dal Covid farà una selezione spietata anche nel mondo della carta stampata: sarà la causa di chiusura di molte aziende, perché chi non saprà reinventarsi non avrà scampo. C’è stata la peste, il vaiolo e altre pandemie, sono sparite tante forme di vita, civiltà, imperi, la natura fa sempre il suo corso: sopravvive chi sa adattarsi e reagisce. I quotidiani si salveranno se sapranno  vincere la sfida del cambiamento, la selezione della specie è nella logica delle cose”.

Che cosa dici a chi suona il De profundis ai quotidiani di carta?

“Specifico meglio quanto ho detto prima. Penso che il giornale di carta sarà appannaggio di una fascia di lettori medio-alta, peraltro qui al Sud non abbiamo ancora una cultura digitale sviluppata come in altri Paesi, quelli anglosassoni principalmente. Sarà abbastanza lenta la transizione. Ma al di là del supporto, cartaceo o digitale che sia, l’informazione generalista sarà sempre attrattiva. Quanto ai giornali regionali come i nostri, non credo alla formula del giornale esclusivamente locale. Non si può, infatti, non avere un occhio attento ai fatti nazionali e internazionali, con analisi dettagliate, autorevoli e approfondite sugli argomenti importanti della giornata. Non dimenticando mai lo stretto rapporto col territorio, come dimostrano le pagine di Gazzetta del Sud e Giornale di Sicilia”.

Pubblichiamo in questo numero un dizionario sui siciliani – un gioco semiserio sui luoghi comuni – che Vincenzo Consolo scrisse per il Giornale di Sicilia nel 1985. E il dibattito sull’ “identità siciliana” infiamma da secoli intellettuali e politici. Esiste una specificità siciliana rispetto al resto d’Italia? Noi siciliani siamo diversi dagli altri nel modo di guardare le cose e di raccontarle?

“Il siciliano è un passionale, un pregio, ma dovrebbe essere meno individualista (ecco il grande limite) e imparare a fare sistema. In ambito politico, ad esempio, per questa peculiarità, il Sud non viene rappresentato in maniera adeguata. Dovremmo avere un’unica voce sugli aspetti importanti di interesse collettivo. Su infrastrutture e sviluppo, sulla lotta alla criminalità, non ci dovrebbero essere partiti o fazioni che tengano, sono di comune interesse. Aeroporti, ferrovie, autostrade adeguati sono il futuro: oggi l’essere isola è un costo aggiuntivo, e  va abbattuto. Perché alle condizioni attuali una cosa è fare impresa in Sicilia, una cosa è farlo nel nord est”.

C’è stata la stagione della mafia, dell’antimafia, degli sprechi, della zavorra. La Sicilia oggi che cosa racconta? Che cosa esporta in termini di informazione?

“Io credo che la mafia sia ancora un grande tema, parlarne può far male ma è doveroso. Occorre enfatizzare la lotta alla criminalità a tutti i livelli, perché bisogna combattere anche la mentalità mafiosa, per certi versi più pericolosa perché subdola. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio hanno impresso una svolta importante in termini di consapevolezza. La Sicilia è cambiata, ed è avanti in molti settori: la StMicroelectronics e il Polo farmaceutico di Catania, i Distretti agricoli del Trapanese e del Ragusano, il settore petrolchimico che vanta più aree di produzione, al netto dei problemi ambientali che ha provocato e da superare definitivamente. Abbiamo esempi virtuosi che possono fare da apripista per vasti ambiti merceologici. Qui abbiamo competenze, maestranze, capacità. Abbiamo tanto per sviluppare la vocazione della Sicilia come grande hub che si affaccia sul Mediterraneo”.

E Messina, la tua città? Un passato glorioso, poi il terremoto devastante del 1908, un presente non sempre virtuoso…

“Messina oggi è una città in cerca di ruolo. Per anni è vissuta all’ombra dello Stato, con attività legate al suo ruolo di cerniera: l’Arsenale, il Distretto militare, l’Ospedale militare. Con la caduta del muro di Berlino e le problematiche del Medioriente, il baricentro di queste attività legate alla Difesa si è spostato più a Sud: è stato trasferito l’Ammiragliato, chiusi l’Ospedale e il Distretto militare, ridimensionata la cantieristica. Messina potrà tornare ad avere un ruolo strategico di cerniera tra la Sicilia e il resto d’Europa dal punto di vista infrastrutturale e trasportistico. In Calabria la Salerno-Reggio è stata ristrutturata e oggi è una magnifica autostrada, l’alta velocità ferroviaria arriverà presto a Reggio.  Anche nella nostra Isola occorrono come interfaccia autostrade e ferrovie adeguate.  Serviranno pure per la rinascita di Messina, del suo comprensorio  che vanta alcune delle località di maggiore attrazione come Taormina e le isole Eolie”.

Il turismo. La prima vittima di questa crisi…

“Io non sono così pessimista. Penso che potrebbe esserci un effetto molla, con buone sorprese: dopo la compressione degli spazi e delle libertà, rifiorirà potente anche il desiderio di viaggiare e riscoprire i luoghi più belli a un passo da casa. Dopo i sacrifici, la paura della malattia, l’angoscia di non venirne fuori e di non farcela è tempo di riaccendere i motori e guardare al futuro, più consapevoli e forti”.