Anteprima di Luigi Mazza

Osservo il mondo e la terraferma dal pizzo di un vulcano spento di un’isola siciliana, ingoiato dalla macchia mediterranea, che qui e là ho interrotto per coltivare la terra e allevare qualche asino. Mentre la terraferma si prepara alla “ripartenza”, penso a quanto brutta sia questa parola che mi fa pensare a macchine che si riaccendono e a gare di velocità.

In questi giorni si fanno tante cose in campagna, una delle più banali riguarda l’osservazione degli agli: se sono piegati e ben ingialliti, si possono raccogliere. Gli anziani contadini piegano i gambi con le mani e li lasciano per qualche giorno in terra prima di tirarli via: le ultime energie, credono, serviranno a gonfiare i bulbi senza sprechi; inutile spiegare loro che lo scambio clorofilliano si è già interrotto per leggi di natura. Intanto, sulla terraferma, le automobili coperte di polvere, polline ed escrementi di uccelli vanno a riprendersi le strade e i nastri trasportatori tornano a scorrere con nuovi oggetti per i negozi che riaprono. È il momento di aggredire il pauperismo, spendere, spegnere il silenzio e riempire l’aria rimasta, troppo tempo, limpida e meno pesante.

Forse ripartire dal modello economico pre pandemia servirà principalmente a chiudere quella parentesi di poche settimane, un inedito dalla Rivoluzione Industriale in poi, in cui la distruzione del modello biologico e sociale sembrava essere stata messa in pausa. Intanto, in campagna, anche le patate ingialliscono i propri steli e le foglie, e tra qualche giorno dovranno lasciare la terra; le lenticchie possono aspettare; i fiori dei pomodori si trasformano in bacche e altri seccano anzitempo alle prime folate africane; la puledra di asino, al secondo mese di vita, ha scoperto la differenza tra la ferula e il finocchio; la macchia di ginestre, rovi, cisti ed eriche ha inghiottito la mia fedele cana, compagna di un lungo pezzo della mia vita: è uscita a fare un giro e non è più tornata a casa. Di notte mi chiedo se sia rimasta vittima di un tranello della natura, che da predatrice l’ha trasformata in preda, o di qualche dispetto umano. Intanto, sulla terraferma, l’erba cresciuta tra i sanpietrini si piega e muore sotto le suole dei passanti; la natura torna ad abitare entro i confini che la città le ha assegnato: i parchi e le ville, i terrazzi coi vasi e i giardini verticali dei nuovi quartieri smart e green. Il cemento che ha cancellato la campagna a due passi dai centri delle vecchie città, ora promette di distribuire ossigeno.

Lo scirocco avvolge la campagna, imbianca il mare e l’orizzonte, asciuga, sgretola la terra, e dà il primo tocco di rosso futuro ai paesaggi estivi. Nelle pause obbligate, al fresco del portico, l’afa semina dubbi e fa rivedere le aspettative. Poi, dopo aver pensato o dormito, si ricomincia, magari più dubbiosi di prima. Nello stesso tempo – il tempo caldo che la natura dedica alla pausa e ai dubbi – sulla terraferma si torna a lavorare dopo la pausa pranzo, al fresco di uffici climatizzati che non contemplano il dubbio o la pennichella. Bisogna ripartire.