di Augusto Cavadi

Quando un visitatore mi chiede come mai la Sicilia (e con essa il Meridione italiano) stenti a decollare socio-economicamente, nonostante le ricchezze naturali e le potenzialità umane, mi trovo in difficoltà. La tentazione è di attribuire il ritardo alla mafia: sarebbe una risposta vera, ma parziale. In un libro di alcuni anni fa (Perché il Sud è rimasto indietro di Emanuele Felice), ho trovato delle indicazioni preziose e – purtroppo – ancora attuali. L’autore esamina le tesi “assolutorie” di chi attribuisce il ritardo o al Nord sfruttatore o alla collocazione geografica (svantaggiata rispetto ad alcune risorse naturali, come l’energia idraulica, e ai mercati continentali); e le tesi “accusatorie” di chi punta il dito sui meridionali stessi (o perché tarati geneticamente o perché incapaci di cooperazione sociale). Intento dell’autore è contestare entrambe le teorie, pur recuperandone frammenti di verità.

Ai fautori del vittimismo (qualcuno ha parlato di “meridionalismo piagnone”) Felice ricorda che il divario fra il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie era già netto al momento dell’unificazione italiana, checché ne scrivano gli “storici borboniani” rilanciati da Terroni di Pino Aprile in poi. I meridionali sono stati sì sfruttati, ma non dai settentrionali, bensì “dalle loro stesse classi dirigenti” (i nobili prima, i borghesi – “imprenditori dell’arretratezza” – dopo). Dovrebbero riconoscere autocriticamente di essere diventati, da “sfruttati”, “complici, volenti o piuttosto nolenti, attraverso il voto clientelare”, dei loro sfruttatori. Né risultano convincenti le lamentele basate sulla posizione geografica del Sud: “Nella nostra epoca sempre più sono gli uomini che fanno il proprio destino. La geografia può rappresentare al massimo un’opportunità, che oltretutto bisogna saper cogliere”. Ed essere nel cuore del Mediterraneo, all’incrocio di tre continenti, potrebbe rivelarsi un’opportunità da cogliere più che un inconveniente di cui lamentarsi.

Allora hanno ragione quanti puntano il dito accusatorio contro i meridionali? Sì, ma a patto di distinguere i gradi di responsabilità morale e politica. La prospettiva lombrosiana non regge alle obiezioni storiche e scientifiche: le popolazioni meridionali non costituiscono una “razza maledetta”, biologicamente e mentalmente inferiore ad altre. Il Sud ha accettato una “modernizzazione passiva” ovvero “l’adattamento a una modernità imposta dall’esterno, in primo luogo dallo Stato centrale”, per esempio mediante l’intervento della Cassa per il Mezzogiorno. Ma, poiché tale modernizzazione allogena risultava “un corpo estraneo rispetto all’economia e alla società meridionali”, bastò la crisi petrolifera del 1973 per bloccare la crescita effettivamente registrata negli anni dal 1957 al 1972. Nel ventennio successivo si assistette così alla “lunga agonia dell’intervento straordinario”, complice anche una politica clientelare che indirizzava i flussi di denaro pubblico in misura crescente verso impieghi improduttivi. I risultati furono disastrosi: uno sviluppo senza autonomia (secondo la nota formulazione di Carlo Trigilia) e un generoso finanziamento a vantaggio delle criminalità organizzate. Di tutto questo, ai contadini dell’interno, ai pescatori delle coste, agli operai delle poche industrie metallurgiche…si possono attribuire le stesse responsabilità storiche dei ceti dirigenti e degli amministratori pubblici? No, non si può fare di tutte le erbe un fascio. Chi più ha fruito dei benefici, legali e illegali, è più in debito verso la collettività.

Oggi siamo ancora davanti a un bivio: o “proseguire lungo lo stesso cammino che è stato percorso negli ultimi quarant’anni: senza cambiare nulla, attendere una manna che si fa sempre più rada; nel frattempo continuare a scivolare indietro, lentamente ma inesorabilmente, in pressoché tutti gli indicatori della modernità, rispetto agli altri paesi avanzati”; oppure “rifondare la vita civile e le istituzioni così da renderle inclusive, avviando in questo modo un autonomo processo di modernizzazione attiva; una modernizzazione che forse aiuterebbe l’Italia tutta a uscire dalle secche in cui è finita”