di Maurizio Carta

Nel dibattito pubblico pandemico è risuonato frequente il canto funebre per le metropoli inquinate, sovrappopolate, insicure, accompagnato dalla allegra retorica del ritorno ai borghi, come rifugio di un Decameron contemporaneo. Io non credo alla visione consolatoria del borgo-rifugio, sanatorio delle comunità urbane in fuga dalle città ma pronte a tornarvi dopo la malattia. Io, invece, credo che serva l’audacia (fatta di coraggio, lungimiranza e progetto) di sperimentare un nuovo modello di sviluppo per i territori intermedi della Sicilia. Il virus, mentre ammalava polmoni, ha migliorato la vista di chi ha riscoperto non solo la bellezza, ma anche la salubrità, la sostenibilità, l’autosufficienza delle città medie, dei borghi, dei territori agricoli, della montagna degli allevatori, delle coste dei pescatori, delle città degli innovatori (da queste pagine le raccontiamo da tempo).

È venuto il momento di rimodellare lo sviluppo della Sicilia come un arcipelago di insediamenti urbano/rurali collegati dalle trame produttive tradizionali e dalle infrastrutture di un paesaggio potente. Una rete di luoghi in cui si torni ad abitare (forse con maggiore sicurezza) o da cui non si fugga più, attratti dalla grande città. Luoghi della cura del territorio e delle persone, di una salute di prossimità fatta di presìdi ma anche di telemedicina, piccole città in cui si può studiare, lavorare o fare ricerca connessi al mondo, luoghi dell’intelligenza collettiva prima che tecnologica.

In Sicilia esistono già numerose “comunità del coraggio” che da tempo stanno affrontando il declino attraverso pratiche di adattamento e sperimentazione. Sono le comunità montane, rurali o costiere, ma sono anche i quartieri urbani periferici ma vibranti di vita comunitaria, o i centri storici densi di attività produttive e commerciali che già resistevano alla crisi e oggi devono combattere contro una strage economica che rischia di travolgerli del tutto. La nuova sfida è quella di tornare a essere comunità autosufficienti (anche se connesse con il mondo), ripensando lo spazio in sicurezza, gestendo i cicli di acqua, rifiuti e energia, recuperando il valore della salubrità dell’ambiente e la mutualità della sanità, riattivando sapienze artigianali o introducendo manifatture innovative. Per non rimanere in un’inutile visione bucolica, servono infrastrutture sostenibili di mobilità e infostrutture digitali, serve una poderosa sburocratizzazione che aiuti le imprese manifatturiere e di servizi a lavorare in sicurezza, serve una rivoluzione fiscale e creditizia che accompagni le visioni.

Insomma, serve la lungimiranza di una visione politica e la tempestività di azioni innovative per le nuove comunità dell’audacia.