L’illuminista, lo scienziato e l’avventuriero

di Salvatore Savoia

Si è a lungo parlato di isolamento, addirittura di “sequestro” della Sicilia, ritenendo che essa fosse l’unica regione d’Italia immune dagli influssi del secolo dei lumi. In realtà, non mancarono esempi di personaggiQ che pagarono l’esilio il proprio giacobinismo, come il catanese Giovanni Gambino, che aveva scritto: “Je détestais tellement le pays de la persécution, que je voulus le plus possible me désicilianiser”.

D’altra parte, Leonardo Sciascia, che di illuminismo si intendeva, aveva scritto che “se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente impostura in mano del potere baronale, e quindi finzione e falsificazione della realtà e della storia, l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile”.

Una stagione che, a cominciare proprio dal caso Vella, attraverso strade diverse e fili contraddittori, vide fiorire grandi intellettuali, taluni dei quali furono anche degli avventurieri e dei doppiogiochisti.

Saverio Scrofani fu uno di questi: intellettuale di genio, ma anche avventuriero. E pure oppiomane e fimminaru, tanto per dargli addosso pure sul privato.

Era nato a Modica nel 1756, aveva seguito studi letterari, filosofici e scientifici, era divenuto abate, ma non prese mai i voti. Preferì una vita più libera e spregiudicata, senza però rinunciare agli studi. Attratto dalla bella vita, dalle donne e dal gioco, credette di sfuggire dai debiti tirando fuori una falsa nota di credito a firma del Vicerè, che fu scoperta e che lo costrinse alla fuga. Esule e bandito per vent’anni, tra Firenze e Venezia, godette dei favori di decine di nobildonne, delle cui bellezze scrisse in maniera assai esplicita.

Fuggì a Parigi (e dove, se non?) in piena Rivoluzione. Su di essa espresse le proprie riserve in una pamphlet dal titolo Tutti han torto, in cui evidenziava le contraddizioni della Rivoluzione e sottolineava la distanza dal riformismo illuminato, cui  sembrava volersi ricollegare. Tornato già all’inizio del 1791 in Italia, si dedicò agli studi di economia e agronomia, scrivendo tra l’altro una Memoria sulla libertà del commercio dei grani della Sicilia in cui criticava le politiche illuministe del Vicerè Caracciolo, difendendo i grandi latifondisti siciliani, com’è noto contrari a ogni modifica degli assetti sociali. È probabile che in quegli anni abbia anche svolto alcune missioni in Oriente su incarico del governo veneziano, ma è al suo viaggio in Grecia che si deve la sua più nota e fortunata opera che sarebbe stata tradotta nelle principali lingue europee – intitolata appunto Viaggio in Grecia – un lavoro che si colloca tra l’opera letteraria, il diario di viaggio di matrice illuministica e il possente affresco romantico. Collaborò con il governo napoleonico, che celebrò con l’opera La guerra de’ tre mesi dedicata alla campagna del 1805, ottenendo la nomina a membro dell’Institut de France, ma non mancò, da doppiogiochista quale era, di tramare contemporaneamente a danno dei fuoriusciti italiani, come informatore dell’ambasciatore napoletano a Parigi.

A Napoli nel 1809 intrattenne rapporti con il ministero di Polizia e ottenne una pensione. Nel 1810, al ritorno di Gioacchino Murat dedicò l’opera Il ritorno del Re Ruggiero, e l’anno dopo rese omaggio al neonato Re di Roma col suo Oracolo di Delfo. Nel 1814 fu nominato direttore dell’Ufficio del censimento della città di Napoli, carica che riuscì a mantenere anche dopo la Restaurazione.

Durante i moti del 1820-21 venne sospettato di appartenere alla carboneria, e perdette posto e pensione. Arrestato e condannato, solo grazie all’intervento del fratello Francesco, giudice a Palermo, venne riabilitato. Poco tempo dopo ereditò dal fratello il titolo di barone. Poteva definirsi un uomo arrivato. Negli ultimi anni, rientrato nei ranghi della nomenklatura borbonica, si occupò delle nuove istituzioni sorte in quella breve stagione riformistica, l’Istituto di incoraggiamento di agricoltura, arti e manifatture e la Direzione centrale di statistica, che diresse. Alla fine della sua vita fu nominato segretario generale dell’Accademia di scienze e lettere e Deputato della Pubblica Istruzione. Morì, quasi ottantenne, a Palermo nel 1835.

Di lui si disse di tutto. ed i suoi indiscutibili meriti scientifici e culturali non riuscirono mai a rimuovere l’immagine di personaggio spregiudicato, dalla vita romanzesca, attento sempre al vantaggio personale, mai veramente protagonista degli avvenimenti nei quali si dichiarava coinvolto, abile piuttosto nell’uso dell’adulazione, elemento funzionale al sistema di corruzione diffuso, tanto da non esitare a lanciarsi in maldestre millanterie, come nel caso dell’inesistente carica di “Soprintendente al commercio e all’agricoltura nel levante”, a suo dire conferitagli dalla Serenissima in occasione del suo viaggio in Grecia. Come scrittore e come intellettuale, non si può negare che si tratti di una delle menti più lucide dell’epoca, un vero esponente del pensiero liberista in economia, oltre che un punto di riferimento della nuova letteratura europea di viaggio. Un personaggio complesso, che i biografi non esitarono però a definire avventuriero privo di scrupoli, imbroglione sempre alle prese con mandati di cattura e succube dell’oppio.