Guttuso è personaggio ancora oggi difficile da trattare, probabilmente per l’ampiezza della sua appassionata umanità che, con le sue inevitabili contraddizioni, lo ha reso ampiamente vulnerabile, malgrado l’indiscusso potere e i saldi convincimenti…

di Daniela Bigi

Quando nel 1994 Eric Hobsbawm pubblicò Il secolo breve, stringendo il Novecento entro l’arco 1914-1991, ossia tra l’inizio della Prima Guerra Mondiale e il crollo dell’Unione Sovietica, quella fondata intuizione risultò molto convincente e venne accolta con slancio. Anche per il mondo dell’arte l’interpretazione dello storico britannico funzionava e di fatto, da quei primi anni Novanta in poi, abbiamo assistito a una trasformazione radicale attraverso la progressiva globalizzazione dei modi, delle forme, dei rituali, degli orizzonti. Con un esautoramento delle ragioni profonde del fare arte a favore di un incremento insano della componente mondana, funzionale ai potentati mondiali e ai loro svariati e subliminali sistemi di vassallaggio, in grado di influenzare fino all’ultima scuola d’arte, studio, museo, galleria del più remoto dei Paesi del mondo. 

Nella condizione vagamente apocalittica verificatasi durante il lockdown mentre ci svelava definitivamente lo scenario mostruoso dell’oggi ci offriva anche il miraggio di un possibile tempo nuovo, la sensazione che abbiamo avuto è stata che il XXI secolo iniziasse in realtà solo adesso, dopo una preparazione durata circa trent’anni… Tra lo sdegno per l’accaduto e un curioso entusiasmo per un improbabile cambiamento, la cosa chiara è stata la fine di un’epoca. Soltanto adesso il ‘900 lo sentiamo davvero alle spalle.  Tra i tantissimi fortuiti “ritrovamenti” delle scorse settimane, mi piace segnalare alcuni preziosi servizi televisivi dedicati a Guttuso conservati nelle Teche RAI. 

Guttuso è personaggio ancora oggi difficile da trattare, probabilmente per l’ampiezza della sua appassionata umanità che, con le sue inevitabili contraddizioni, lo ha reso ampiamente vulnerabile, malgrado l’indiscusso potere e i saldi convincimenti. Non sfugge ad alcuno che dopo il successo e la centralità ottenuti in vita, al noto pittore di Bagheria sia toccato l’oblio nei trent’anni che hanno seguito la sua scomparsa. E le ragioni sono di immediata comprensione, legate non solo all’inevitabile damnatio memoriae che ha condiviso con il partito nel quale ha militato, ma più che altro al grave cambiamento dell’orizzonte valoriale intervenuto proprio con la fine del “secolo breve”, quando all’influenza della politica si è sostituita anche nell’arte quella invisibile ma letale della finanza, che agli ideali progressisti che avevano nutrito più di una generazione ha magistralmente sostituito, seppure ben camuffati, gli acquiescenti anti-valori del mercato.

Più volte intervistato tra gli anni ‘60 e i ’70 grazie al ruolo politico che di fatto rivestiva, rivedendolo oggi colpiscono una serie di evidenze, che poi sono le stesse che si ritrovano, largamente dispiegate, in quel Mestiere di pittore che De Donato pubblicò nel 1972. Prima di tutto un’indiscutibile lucidità nel restituire la complessità del dibattito culturale dell’immediato dopoguerra e nel riconoscere al contempo responsabilità e qualche errore. Poi la convinzione ferma che le ragioni civili dovessero essere un tutt’uno con le ragioni dell’arte, e che queste risiedessero nel mestiere, nel proprio specifico, in quello che ogni artista sa e può fare.

Lo aveva dimostrato il grande Picasso di Guernica, un gigante nell’immaginario di quei giovani pittori che tra il ’45 e il ’48 sognavano un nuovo corso per la cultura italiana e si battevano per la realizzazione delle idee rivoluzionarie e la difesa dall’imperialismo. Colpisce infine la grande curiosità nei confronti del nuovo, dei giovani. E non è un caso che il “Palazzo dei Normanni”, come Ripellino aveva definito lo studio romano di Guttuso – che poi passò a Consagra – sia stato un porto sicuro ma anche un trampolino di lancio per i tanti giovani, molti dei quali per l’appunto siciliani, che dai più disparati orientamenti artistici progettavano un futuro differente, e per quel futuro si impegnarono per il resto della vita.