La quarantena ha fatto riscoprire a tutti noi il gusto di preparare e conservare gli alimenti. Un nuovo più felice rapporto con il cibo.

testi di Giuliana Imburgia

Che ci piaccia oppure no, l’emergenza Covid ha fatto riemergere l’utopia dell’auto-sostenibilità. Pane fatto in casa, pasta fresca tirata a mano come una volta, dolci di ogni tipo, orti sul terrazzo: queste le principali skills casalinghe che ci sta insegnando il vivere in quarantena.

In tanti, in questi giorni, siamo stati costretti a riscoprire (spesso piacevolmente) degli “insoliti” stili di vita che muovono verso una decrescita ragionata dei consumi e che a fine giornata ci hanno portato, forse istintivamente, ad attribuire un valore importante al fare quotidiano, acquisendo (o forse sarebbe meglio dire riacquisendo) un legame personale con quell’appagante senso di saper fare da sé.

Ispirato alle illuminate idee dell’“obiettore di crescita” per eccellenza, Serge Latuche, il movimento per la decrescita felice, fondato da Maurizio Pallante, da tempo ci racconta questa tendenza alla sobrietà e sostenibilità ecologica e sociale, promuovendola come (stra)ordinaria filosofia di vita.

E, oggi più che mai, non si può negare che questa “decrescita felice” – intesa non come rinuncia a qualcosa di utile o riduzione volontaria dei consumi per ragioni etiche, ma come rifiuto razionale verso tutto ciò che non serve perché in eccesso – volenti o nolenti, l’abbiamo sperimentata proprio tutti in tempi di pandemia, alcuni anche inconsapevolmente.

Fare per riusare, ottimizzare per evitare di sprecare: è questa la vera rivoluzione, in parte anche culturale, che per adesso comanda le nostre giornate in lockdown, e lievito e farina sono diventati ormai i vessilli di questa battaglia casalinga, merci rare di questi tempi. Tuttavia, per quanto valida sia, da qui a pensare che l’autoproduzione alimentare possa dirsi sufficiente a “sfamare” i bisogni dell’economia globale, assurgendo da eco-alternativa praticabile a soluzione definitiva, questa sì che è vera utopia.

Ma ciò non toglie che c’è chi questa decrescita l’ha presa con lo spirito giusto, ritrovando il piacere di riscoprire i sapori e le tradizioni di famiglia, oppure dedicandosi a sistemare gli angoli verdi della casa. Sono tutte attività accomunate da un unico fattore: il tempo, quel tempo che troppo spesso ci lamentavamo di non avere e di cui oggi invece godiamo in abbondanza.

Come Giusi Murabito, biologa molecolare siciliana appassionata di antiche ricette e tradizioni, che della lunga preparazione del pane casereccio ne ha fatto il suo pensiero felice: “Mi ha sempre affascinato il tempo che dedichiamo a fare una cosa, è il tempo a fare la differenza e il pane ne è la prova, perché più tempo gli dedichi maggiore sarà il beneficio che questo ti restituisce sia come gusto sia come digeribilità”. “Sono una cultrice della panificazione ed esperta della farina di “Timilina” (o “Tumminia”) e l’idea di creare con pochi e semplici elementi regalati dalla terra un lievito madre che, se costantemente rigenerato, ti rimarrà per sempre, penso che sia un bellissimo esempio di vita da tramandare anche ai nostri figli”.

Dalla tradizione delle pagnotte fatte in casa, all’innovazione figlia dei tempi moderni degli “home garden” o degli “orti alti” realizzati sul balcone. “A essere coltivati sul terrazzo di casa sono soprattutto le piante aromatiche utilizzate in cucina, come basilico, rosmarino, salvia ma anche pomodori e melenzane”, spiega Angelica Agnello, fondatrice del progetto Orto Capovolto di Palermo, la cooperativa sociale che si occupa di progettazione e realizzazione di orti urbani e di didattica ambientale e alimentare nelle scuole. “Per una piccola produzione domestica – spiega – basta un vaso di 40 centimetri di diametro per una sola piantina di pomodoro, mentre per l’orto alto bastano delle fioriere di ottanta centimetri, la misura perfetta per non doversi chinare sulla pianta per dare l’acqua o per togliere le erbacce. è tutto un gioco di acqua, cura quotidiana e rispetto verso il tempo della natura, e poi si può sempre giocare con le tabelle delle consociazioni, cioè mettendo insieme in un unico vaso quelle combinazioni di piante che, per loro natura, sono compatibili e si proteggono l’un l’altra”.

Insomma di fronte a una situazione di crisi mondiale come quella attuale diventa spontaneo pensare a una forma di economia alternativa in cui, proprio come predica il movimento per la decrescita felice, la qualità non si appiattisca sulla quantità: “Esperienze come quella del fare il pane in famiglia ci insegnano quanto sia importante condividere per sprecare meno – dice Aniello De Padova, membro del direttivo nazionale del movimento – ma se veramente vogliamo che alcuni equilibri cambino, l’importante sarà mantenere tutti insieme le buone abitudini di un consumo ponderato anche dopo che l’emergenza sanitaria sarà finita”.

Probabilmente l’autoproduzione alimentare è e resterà, anche post Covid-19, mera utopia. Ma di certo il 2020, a soli pochi giorni dal brindare al suo inizio, ha tracciato una linea indelebile di confine, facendo da spartiacque nelle vite di ognuno di noi tra un prima e un dopo pandemia, e chissà che proprio da questo caos non rinasca un nuovo modo di stare al mondo.

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