Chilometri di litorale con splendide calette, mille e settecento ettari di macchia mediterranea e boschi. Quarant’anni fa una mobilitazione popolare salvò queste terre dalla speculazione edilizia e il territorio dello Zingaro divenne la prima riserva naturale creata in Sicilia. Oasi di pace e bellezza a due passi da casa.

di Antonio Schembri

Quarant’anni fa, quella galleria scavata nella roccia del promontorio a poco più di un chilometro dalla Tonnara di Scopello sarebbe stata il sipario su uno scempio. Già dai primi anni Ottanta una larga strada sospesa su piloni di cemento armato avrebbe potuto consentire a decine di auto di sciamare rumorose e inquinanti sopra il paesaggio dello Zingaro, uno dei tratti di costa più belli dell’intero Mediterraneo. Per chi arriva da Palermo, da cui questo paradiso dista poco più di ottanta chilometri, quella striscia d’asfalto avrebbe condotto in pochi minuti fino a San Vito lo Capo e sarebbe stata funzionale al modello di ricettività dai grandi numeri su cui già in quel periodo il centro trapanese del couscous puntava per lanciarsi ai vertici del mercato turistico regionale. Era l’assalto dell’ingegneria civile all’equilibrio di un territorio dall’orografia tormentata e piena di testimonianze preistoriche, 1.700 ettari e sette chilometri di litorale frastagliato dove maree e vento hanno intagliato otto cale dalle sfumature incantevoli che fanno da cornice a un ecosistema complesso e unico in cui i tanti altri colori di numerose varietà botaniche, alcune endemiche, si combinano con gli habitat della fauna, qui dominata dalla presenza di trentanove specie di volatili.

Irreparabile sarebbe stato quello scippo a madre natura se il 18 maggio del 1980 una massiccia mobilitazione popolare non si fosse messa in messa in moto per sventarlo. Una sveglia suonata dalla popolazione alle istituzioni che, l’anno successivo, determinò l’avvio della Riserva naturale orientata dello Zingaro, affidata in gestione all’Azienda regionale foreste demaniali. Un segnale di svolta verso politiche di protezione del patrimonio paesaggistico tradottesi sino a oggi nella creazione in Sicilia di 74 aree naturali tutelate, quattro Parchi regionali e sette Aree marine protette. Un quarantesimo anniversario che per questo sito iconico, concepito per essere fruito in chiave escursionistica, di semplice balneazione, nonché di studio e monitoraggi sul suo eccezionale patrimonio paesaggistico e culturale, si è purtroppo costretti a celebrare al momento solo a distanza.

Dal canto suo, la natura con le sue leggi superiori in quarantena non ci va. E, come altrove, anche allo Zingaro ricomincerà a sorprendere gli umani non appena si riapriranno i suoi cancelli. Da un lato quello di Calampisu, accanto a San Vito; dall’altro quello sopra Cala Mazzo di Sciacca, a Scopello, dove quel tunnel è ormai percepito solo come porta d’accesso a un paradiso terrestre sospeso nel tempo, affacciato sul blu e solcato da sentieri percorribili a piedi. Un sistema di mulattiere in terra battuta e gradoni di roccia che si snoda lungo tre livelli di terrazzamenti naturali ad altitudini e situazioni pedoclimatiche differenti: “quello costiero, quello di mezzacosta e quello montano, attraversati da sei camminamenti principali”, illustra Alfonso La Rosa, botanico e guida naturalistica di Silene, cooperativa specializzata in escursionismo ed educazione ambientale.

La riserva trapanese è un patchwork botanico. Se il sentiero costiero resta il più rappresentativo, le zone più a monte emanano l’energia speciale di questo territorio formatosi durante il Terziario, 35 milioni di anni fa, quando la Sicilia era ancora saldata al continente africano. “Sono presenti infatti ‘relitti’ di un sistema vegetale sviluppatosi nel clima tropicale di quell’epoca, caldo-umido senza la frenata delle stagioni – continua La Rosa -. Tra i tanti esempi di endemismi antichissimi proprio tra i costoni più alti si trova il Brassica drepanensis, un cavolo selvaggio”.

Ma è soprattutto il regno delle piante mediterranee. “Tutte le piante tipiche delle coste del Mare Nostrum come gli ampelodermi e le orchidee, bassi arbusti come il timo e l’erica multiflora, cespugli di rose e di biancospini, il prugnolo, l’edera, l’assenzio, il pungitopo”, continua la guida. Impossibile marciare a ritmo sostenuto dentro questo carosello botanico, dove però la macchia mediterranea autentica cede il passo alla cosiddetta “gariga”, ovvero lo stadio di degradazione della macchia vera e propria che purtroppo in questa come in altre zone è spesso distrutta da incendi. “L’esempio più rappresentativo di gariga è proprio la palma nana, che qui allo Zingaro è stata a lungo coltivata per la lavorazione del crine vegetale. Infatti in alcuni casi, a causa della potatura delle foglie, cresce in altezza ed è tutt’altro che piccola”, illustra Calogero Muscarella, anche lui guida naturalistica di Silene. Si sale e comincia il regno delle leccete, che include anche molti alberi di quercia. Sparpagliati qua e là in minor numero, si notano anche dei frassini, coltivati secoli addietro per la produzione della manna.

Tra i percorsi a quote più alte uno particolarmente suggestivo è stato inaugurato nel 2016: “è quello che parte dalla fontanella di Màcari, nell’area di Castelluzzo e conduce fino a Portella Passo del Lupo per una lunghezza di due chilometri e mezzo”. Giunti sotto questa montagna, da dove il panorama è straordinario, le possibilità sono tre: “il percorso più impegnativo conduce al monte Speziale – dice Muscarella -, il sentiero di mezzacosta che attraversa la contrada Sughero dove si trova l’omonimo borghetto, e infine quello che si connette al sentiero costiero, deviando dal Borgo Cusenza, silenzioso baglio di case coloniche ben conservate, testimonianza di una civiltà contadina scomparsa che viveva in continuo e faticoso adattamento alla Natura”. L’itinerario che include quest’ultima opzione è lungo undici chilometri ed è quanto di più suggestivo si può ottenere dai saliscendi dello Zingaro. Almeno tre quarti dei valori della Riserva in un’unica passeggiata.

Dici Zingaro e dici anche grotte. Se ne contano parecchie tra terrestri e marine, sia affioranti che sommerse. Tra le visitabili quella di più facile accesso, nonché la più rilevante sotto il profilo etno-antropologico, è quella dell’Uzzo, ubicata sopra l’omonima cala: è qui che abitò l’uomo di diecimila anni fa, ma vi sono state ritrovate tracce di vita animale anche anteriori, relative a leoni, rinoceronti, mammut. La più complessa e interessante per gli appassionati di speleologia è però la Grotta del Sughero: ricca d’acqua, una rarità tra le cavità di questo territorio, con antri caratterizzati da laghetti e concrezioni spettacolari, come stalattiti stalagmiti e colonne alte anche più di dieci metri.

La Riserva dello Zingaro offre anche quattro spazi museali. ll Museo delle attività marinare, ospitato dentro un antico marfaraggio, ovvero il fabbricato a terra destinato alla lavorazione del tonno, nei pressi dall’entrata Nord; il Museo della civiltà contadina, con testimonianze antiche sul ciclo del grano; il Museo della manna, ubicato dentro una grotta; e quello dell’Intreccio, spazio dinamico dove è possibile vedere all’opera gli artigiani che lavorano le fibre vegetali, come la giummarra, la disa e il giunco.

Un patrimonio inestimabile, la prima riserva di Sicilia. “Per ciò che offre in termini di valori culturali e per come li comunica, lo Zingaro rappresenta davvero l’optimum in Sicilia in termini di accesso e fruibilità in chiave ricreativa: vivere questa riserva significa praticare il trekking su una sentieristica ben segnalata e manutenuta, con non pochi tabelloni esplicativi e vivere un mare dall’acqua cristallina per almeno sei mesi all’anno”, concludono le guide naturalistiche.

unnamed 3unnamed (19)unnamed (18)unnamed (17)unnamed (16)