Escursione a Sclafani Bagni, nelle Madonie, il paese con meno abitanti della città metropolitana di Palermo: solo quattrocento anime. Qui tra echi normanni e arabi è possibile ritrovare stili e modi di vivere del passato.

di M. Laura Crescimanno 

Turisti in casa nostra. Così saremo nei prossimi mesi post Covid, inevitabilmente. Gli esperti di marketing lo chiamano turismo di prossimità, che potrebbe riportare gli italiani a valorizzare i loro territori e a introdurre comportamenti più sostenibili, legati all’attività all’aria aperta, plastic e waste free. Dunque quest’anno niente stranieri, che facevano il cinquanta per cento di incoming ormai, a causa del blocco delle compagnie aeree. Al contrario, come negli anni Cinquanta del secolo scorso, si tornerà ai piccoli viaggi alla riscoperta di opere d’arte minori, passeggiate, paesaggi naturali, masserie, castelli, prodotti locali, piccoli musei di poche stanze, che ci porteranno sempre di più a cercare quei borghi dimenticati, dove non ci sembrava valesse la pena di sostare. Di cui adesso, obbligati a fermarci, ci accorgeremo.

Se le isole minori, anche le più disabitate e difficili da raggiungere, sono ormai spesso sotto i riflettori dei media e attirano l’immaginario collettivo con i minuscoli porti semivuoti e quell’ultimo pescatore a rammendare silenzioso le reti sulla banchina, poco o niente sappiamo della vita appartata nei più piccoli borghi di campagna dell’interno della Sicilia. Alcuni di questi, a loro modo, nel bene e nel male, sono pure isole. Poche centinaia di abitanti, anziani attorno a una piazza, un bar, una parrocchia, un negozio di alimentari. Paesini tranquilli e quasi sempre puliti che in alcuni casi, possono nascondere veri tesori, alla ricerca di un equilibrio tra sviluppo e salvaguardia dei propri valori. Che sono a volte racchiusi in un’antica varietà di frutta, nella forma e nell’aroma di un biscotto, o nell’ acqua di una fonte. Qui, Covid o no, le cose sono cambiate poco, si vive per tutto l’anno in una sorta di quarantena permanente, isolati dai rumori e dalla folla. Se si escludono le feste patronali e le sagre contadine.

A Sclafani Bagni, poche case in pietra attorno ai ruderi del castello medievale su un’altura di ottocento metri, affacciate sulla valle dell’Imera, resiste un primato. È il paese con il minor numero di abitanti dell’area metropolitana di Palermo, poco più di quattrocento anime. Intorno, a pochi chilometri tra le vallate di uliveti, grano, ortaggi e frutta, foraggio e nuovi vigneti che hanno ottenuto la doc Sclafani, si raggiungono molti altri centri agricoli più popolati e vivaci: Caltavuturo, Alia, Valledolmo, Polizzi e Castellana. Siamo ai piedi del Parco delle Madonie, dove le strade per i borghi più noti sono in condizioni migliori della media siciliana, e il turismo del trekking, delle sagre estive e delle masserie riaperte è già arrivato da anni.

Ma sulla rocca di Sclafani, al cui nome negli anni Cinquanta fu aggiunto il sostantivo di Bagni per le sorgenti termali, bisogna proprio decidere di arrivarci, facendo una deviazione oltre il bivio di Caltavuturo. Sclafani, che pur ricade nel territorio del Parco, non è infatti un luogo di passaggio. Ci si andava negli anni Sessanta quando era in funzione lo stabilimento termale sotto il paese, una struttura oggi in stato di abbandono. Ma a ricordare le fonti naturali, c’è oggi una piccola pozza celeste alimentata da una sorgente calda e sulfurea nascosta tra i cespugli.

Si giunge ai ruderi del castello di impianto medievale, da cui si gode un panorama mozzafiato sulla valle sottostante,  arrampicandosi in auto su per le prime curve. Poi, passato un arco di pietra con lo stemma della famiglia Sclafani, si entra nel dedalo di viuzze tra case, cortili e affacci sui tetti che ricordano subito le atmosfere dei romanzi di Leonardo Sciascia. Solo una classe di scuola primaria e media con ventidue bambini, sezione distaccata della vicina Caltavuturo.

Il paese è ancora oggi avvolto da un silenzio rigenerante a qualsiasi ora del giorno. Anche se non si vedono più i contadini sul mulo avvolti nel loro scapolare scendere ai campi in basso, anche qui il tempo – pure se lentamente – ha portato qualche novità: una biblioteca accanto alla chiesa madre dedicata all’Assunta, che conserva un crocifisso in legno del ‘500, l’Ecce Homo. E uno sportello bancomat, arrivato da pochi mesi.

Il borgo ha un passato importante da raccontare: forse di origine bizantina, poi araba come indica il nome stesso, dopo la conquista normanna venne assegnato al figlio del conte Ruggero, poi ai discendenti sino a quando, nel XIV secolo, divenne feudo del conte Matteo Sclafani, tra i più facoltosi proprietari terrieri di Sicilia.

I boschi naturali intorno costituiscono un forte motivo di richiamo per gli amanti del trekking. Sono le riserve naturali di Favara e di Granza, polmoni verdi pressoché sconosciuti e ben gestiti dalle guardie forestali, che hanno realizzato comodi sentieri in pietra per inerpicarsi tra i querceti residui del patrimonio naturale madonita, alternati a laghetti, masserie e ovili.

Qui si arriva anche per far godere il palato. Giuseppe Costantino, chef nativo di Sclafani, aspetta di riaprire la sua trattoria, La Terrazza, non appena sarà possibile, spera già dall’inizio di giugno. Ha rilevato da alcuni anni il piccolo ristorante dove la madre, toscana di origine, si era messa a cucinare pasta di casa e carni al ragù. “Qui abbiamo soltanto dodici coperti in due salette, il distanziamento sociale è assicurato comunque, e in estate utilizziamo l’esterno”.  Adesso è lui che, da conoscitore del suo territorio, porta avanti la cucina gourmet, accompagnata da un’offerta di vini locali di pregio. Guardando al futuro del turismo di qualità e dei piccoli numeri.

 

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