Sino ai nostri giorni ci sono famiglie siciliane che si riuniscono per i giorni della raccolta delle olive nel podere ereditato dai nonni: un rito di memoria, ma anche un’occasione di festa.

di Augusto Cavadi

È almeno dai tempi dell’illuminista Montesquieu che abbiamo imparato a vedere il nesso fra la configurazione fisica di un luogo e il carattere prevalente dei suoi abitanti. Oggi, molto probabilmente, il pensatore francese rivedrebbe alcune opinioni dal momento che i mezzi di comunicazione sociale ci fanno vivere, nel bene e nel male, in un mondo virtuale nel quale i condizionamenti ambientali originari sono fortemente modificati dai condizionamenti culturali (attraverso soprattutto televisione e internet).  Tuttavia resta vero che ogni popolo plasma il suo territorio e, sia pur in misura meno marcata, ne viene modellato.

 Nel caso dei popoli del Mediterraneo – dunque anche di noi siciliani – è stato notato il nesso fra l’ulivo e la loro storia complessiva. “Tutto quanto il Mediterraneo – sculture, palme, addobbi dorati, eroi barbuti, vino, idee, navi, luna, Gorgoni alate, figure bronzee, filosofi – è come se tutte queste cose passassero attraverso l’aspro e acerbo gusto dell’oliva nera fra i denti. Un sapore più antico di quello della carne e del vino rosso. Antico come l’acqua fresca”: così il viaggiatore britannico Lawrence Durrell esprime la convinzione che sia “proprio nell’olivo la sintesi del Mediterraneo” (la formula è di Predag Matvejeviç). Sino ai nostri giorni ci sono famiglie siciliane – come la mia – che si riuniscono per i giorni della raccolta delle olive nel podere ereditato dai nonni: un rito di memoria, ma anche un’occasione di festa.  Che si prolunga per l’intero anno ogni volta che si utilizza l’olio di casa (più gustoso, almeno per ragioni affettive, del più pregiato dei prodotti in commercio).

 Anche un altro britannico, Aldous Huxley, vede nell’ulivo il simbolo della mediterraneità: “Il Mediterraneo giunge fino agli orli della fascia desertica, e l’ulivo è il suo albero: l’albero del territorio della chiarezza solare che separa la tetraggine dell’equatore da quella del settentrione. Si tratta del simbolo della classicità in mezzo a due romanticismi”. Huxley si spinge ad affermare – un mediterraneo non oserebbe mai! – che senza gli influssi mediterranei, rappresentati appunto dall’ulivo, “Chaucer e Shakespeare non sarebbero mai diventati scrittori autentici”.

L’affermazione risale al 1936 e non so se abbia incoraggiato quegli studiosi che, dopo Santi Paladino (1927), sino  ai nostri giorni (Enrico Besta nel 1950, Martino Iuvara nel 2002, Antonio Socci nel 2017), identificano William Shakespeare con il messinese Michel Angnolo Florio, precettore a Londra di lingua italiana e latina della futura regina Elisabetta I…