Le città postpandemiche dovranno essere un fertile bricolage di luoghi che, quando serve, siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando più ruoli ciclici per adattarsi alla nostra rinata umanità, meno vulnerabile.

di Maurizio Carta

“La tempesta – ha detto Papa Francesco – smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

Da questa tempesta, quindi, dobbiamo uscire diversi da come vi siamo entrati e dipenderà da cosa faremo dopo. Tutto dovrà cambiare, per guarire curando il mondo. Soprattutto dobbiamo recuperare l’idea originale, fondativa, delle città come luoghi privilegiati della salute pubblica, della nostra salute. Dopo la pandemia, dobbiamo ricordarci che l’urbanistica moderna è nata per contrastare le epidemie che tra Ottocento e Novecento devastavano le città: pensiamo ai grandi e innovativi piani per Londra e Barcellona. Per l’Italia e soprattutto per la Sicilia postpandemica, significa tornare a progettare città più compatte e in equilibrio con il paesaggio, città che non consumino prezioso suolo e che siano di nuovo porose alla natura tornata alleata. Città con un più adeguato metabolismo circolare dell’acqua, del cibo, dell’energia, della natura, dei rifiuti, non solo per inquinare meno, ma per garantire maggiori diritti alle persone, soprattutto le più fragili.

Abbiamo imparato che la rigida separazione dei luoghi dell’abitare, del lavorare, del divertirsi o del produrre – con la loro insostenibile domanda di perenne mobilità inquinante – deve essere sostituita da un progetto urbanistico di luoghi circolari che, amplificati dall’innovazione tecnologica e digitale, possano accogliere funzioni temporanee e multiple (abitare e lavorare come abbiamo visto in questi giorni) entro un ciclo che guardi all’intera giornata o all’anno nella distribuzione delle funzioni, nell’attrazione di usi temporanei, nell’accoglienza di funzioni ad elevata carica di innovazione, nel rifugio di cittadinanze in difficoltà. Non più luoghi rigidi, incapaci di adattarsi rapidamente alle nuove funzioni, ma invece luoghi flessibili, luoghi “mutaforma” capaci di adattarsi alle esigenze sempre più fluide delle città del futuro prossimo. Nelle città postpandemiche dovranno cambiare le case, le scuole, gli ospedali, gli uffici, dopo aver scoperto nuove funzioni da contenere o da eliminare e la necessità di scambiarsi i ruoli in alcune circostanze. Le città postpandemiche dovranno essere un fertile bricolage di luoghi che, quando serve, siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando più ruoli ciclici per adattarsi alla nostra rinata umanità, meno vulnerabile.