Già in epoca fenicia sul monte si trovava un piccolo santuario pagano rupestre, probabilmente legato al culto di una divinità femminile nella stessa grotta. Ma Rosalia è Rosalia.

di Salvatore Savoia

L’acchianata al santuario di Santa Rosalia lungo la vecchia strada settecentesca in ciottoli è uno dei due momenti della palermitanissima maniera di festeggiare la “Santuzza”, dopo il festino barocco di luglio. La strada non è troppo ripida e con un po’ di buona volontà tutti possono farcela: sono poco più di tre chilometri e in un’ora si raggiunge il santuario. L’ingresso nella grotta della santa, con un freschetto costante e un’atmosfera rarefatta, ripaga della fatica. Lungo il percorso, grazie a recenti rimboschimenti, si gode della vista di pini e cipressi, oltre che di numerose altre essenze tipiche della macchia mediterranea. Un vero paradiso.

Nella serata tra il 3 e il 4 settembre, appena fa buio, da sempre una folla di devoti si raduna alle falde di Monte Pellegrino, dinanzi alla Scala vecchia. Inizia così l’acchianata, al buio e in silenzio. Chi scrive ricorda la sua prima (e unica) acchianata giovanile insieme ad altri ragazzi, mentre il prete che ci accompagnava non smetteva di raccomandarci di non accendere candele, narrando di passati tremendi scivoloni sulla cera. Buio e silenzio, a Palermo, sono delle rarità, e solo la devozione per Rosalia riesce a garantirle, almeno in parte. È la notte in cui si ricorda “l’ascesa al cielo” di Rosalia Sinibaldi, colei che a Palermo soppiantò nel ruolo di patrona ben quattro sante, titolari, ciascuna, del ruolo di protettrici dei quattro quartieri storici della città. Ce n’era, un altro, per la verità, amato e venerato dalla città: si chiamava Benedetto, era moro e probabilmente era una figura “impresentabile” nella Sicilia spagnola della Controriforma, coi suoi lineamenti neri e con precedenti di schiavitù alle spalle. Quando arrivò Rosalia, fummo tutti per lei. Spiacenti solo della scortesia fatta ad Agata, Cristina, Oliva e Ninfa.

Come in tutte le processioni che si rispettino, non mancano forti gesti di devozione popolare, come le acchianate ginucchiuni (cioè sulle ginocchia) e l’uso di portare doni preziosi per impetrare grazie o ringraziare per quelle fatte. Un’intera parete nel santuario è stracolma di ex voto: ogni parte del corpo umano, riprodotta a rilievo in argento, rappresenta un miracolo della santa, insieme a pitture votive e oggetti legati a interventi celesti, come il timone di una nave salvatasi dal naufragio o gli strumenti ortopedici di infelici che ottennero la grazia per intercessione di Rosalia. Una lapide ricorda ancora le visite di Byron, Wagner, Dumas e ovviamente quella di Goethe, cui andrà la gratitudine perenne dei palermitani per aver definito il loro Monte come “il più bel promontorio del mondo”. Ma la notte dell’acchianata resta quella della scampagnata. Pitrè racconta di vere e proprie feste, con folle di palermitani che danzavano e cantavano e non smettevano di mangiare e bere. Alcuni erano saliti con asini o muli noleggiati alle falde, i più coraggiosi a piedi. Oggi, ovviamente in macchina, dopo la costruzione nel 1924 di una strada carrozzabile.

In occasione dell’Esposizione Nazionale del 1891 si pensò che anche Monte Pellegrino dovesse essere compreso tra gli itinerari per i visitatori illustri della città. Si propose di realizzare una “ferrovia a dentiera”, per raggiungere la cima del monte, ove sarebbe stato creato “un gran caffè”. Non se ne fece nulla e almeno fino alla strada nuova carrozzabile, il mulo rimase l’unica soluzione, con i rischi che ciò comportava per i trasportati, compresa la Regina Margherita che proprio nel 1891 venne disarcionata. Non solo Pitrè, ma tutti i commentatori e viaggiatori saliti a trovare la santa in settembre hanno deprecato l’abitudine dei palermitani di ingrasciare (cioè di sporcare) i luoghi del pellegrinaggio: “…dato mano alle stoviglie portate fin lassù pel desinare, le si scaraventano per gioia su’ sassi o le si precipitano da un dirupo. Se altre stoviglie rimaste danno impaccio, queste son buttate via senza ritegno…” Ma non gli si è mai dato troppo conto.

Nell’Archivio storico comunale di Ciminna è custodita una “Vita di Suor Febronia”, opera di P. Gaetano da Palermo, in cui si parla della “Salita al monte  Pellegrino, per visitare la spelonca della Santa Verginella Rosalia”, che una tale suor  Febronia, al secolo Rosalia Flaminia Ansalone, fece più o meno nel 1670, ed è la prima testimonianza della diffusione del culto dell’acchianata al Monte.

Monte Pellegrino fu considerato luogo sacro sin dall’antichità: citato da Polibio come Ercte (poi, Ercta per i Romani) fu sede dell’accampamento di Annibale Barca durante la Prima Guerra punica nel 247 avanti Cristo contro i Romani che occupavano Palermo. Ma già in epoca fenicia sul monte si trovava un piccolo santuario pagano rupestre, probabilmente legato al culto di una divinità femminile nella stessa grotta. Ma Rosalia è Rosalia. Non v’è palermitano che non la consideri persona di famiglia e non indulga a chiederle aiuto e protezione. Oggi più che mai.

SANTA ROSALIA