Per Umberto Totti, esperto di leadership e pensiero innovativo, è il momento di ridare valore alla competenza, all’intelligenza, all’etica e all’estetica, e cercare sempre la verità nei rapporti. Parola di caposcout.

di Laura Anello

Come ne usciremo? “Saremo meno disposti a vivere vite infelici, vite dimezzate. Avremo bisogno di verità, di trovare la nostra strada, di essere compiuti. Se si è persone in cerca, ci si trova sempre”. Ti aspetti di parlare di economia, con Umberto Totti, una vita nel management, miglior coach e trainer italiano nello sviluppo di abilità di leadership secondo la giuria del premio Livio Vanni Cfmt (che per due anni glielo ha attribuito) e ti ritrovi invece a parlare di felicità, di modelli da imitare, dei dolori della vita (“Creano anticorpi”). Lui, d’altronde, si definisce un cacciatore di luce: “Tutti noi abbiamo dentro un lievito madre, un’energia, io aiuto le persone a tirarla fuori per accelerare i risultati di business”. Così, dopo avere attraversato con successo mondi come Humanitas, Deloitte, Fiat, Enav, Edison, Cisco, Toyota, Barclays, Accenture, EY, De Beers, DHL, Unicredit e Intesa Sanpaolo, nel 2013 ha fondato una società sua, la Dinamo Leadership, sede a Milano. “Mi sono laureato in Economia e Commercio – racconta – per accontentare mio padre direttore di banca, rimpiangendo a lungo l’opportunità che mi si era aperta di fare il doppiatore. Mi affascinava l’idea di entrare nel personaggio, i temi del sentire, dell’immaginare, dell’approfondire, il metodo Stanislavskij di immedesimazione nel ruolo da interpretare. Poi, dopo una breve esperienza in banca, ho ripreso il filo dei miei interessi più profondi, facendo una specializzazione alla Cattolica in Psicologia comportamentale, e cominciando a occuparmi di leadership. È stato come tornare a quando ero ragazzo, e facevo il caposcout…”

Ecco, avremo bisogno di cento, mille caposcout che ci guidino con sicurezza oltre il buio della selva oscura in cui ci siamo ritrovati…

“L’esperienza dell’epidemia è una grande occasione di rinascita, di riconoscimento di se stessi, di possibilità di reimmaginare il futuro. Quando ero caposcout e facevo gli esercizi spirituali con i Gesuiti, un Padre mi parlava della cantina psicologica che abbiamo dentro di noi, la cantina cui possiamo attingere in questo tempo un po’ sospeso. Abbiamo grandi patrimoni genetici di sapienza cui connetterci, in Sicilia ne avete di straordinari: Archimede, Empedocle, Maiorana. Bisogna guardare al passato per immaginare il futuro”.

Come tradurrebbe quest’invito al capo di un’azienda in ginocchio dopo l’emergenza, senza liquidità, con i creditori alle porte…

“Gli direi intanto che chi sa fare le cose bene vincerà questa partita. Quest’esperienza è stata e sarà sempre di più un’esperienza di disvelamento che lascerà a terra gli imprenditori un po’ tromboni, arroganti e presuntuosi, che dicono cose che non fanno, con zero consistency. Adesso non è tanto chi sei quanto quello che fai che ti qualifica, per citare una celebre battuta del film Batman Begins. La crisi aggiungerà valore ai contenuti, alla competenza, all’artigianato di qualità, alle cose vere e buone che non si improvvisano. Vinceranno i brand veri, che non prendono in giro. La capacità di innestare nelle proprie aziende di famiglia le esperienze dei padri e dei nonni, il mettere passione e amore e cura in quel che si fa. La gente vuole tornare a divertirsi, a essere felice, ha capito il valore delle relazioni umane. Vuole tornare all’essenza e fare esperienze forti, che arricchiscano la vita, vita che – abbiamo capito tutti – non è eterna. Chi degli imprenditori coglierà i bisogni del nuovo mondo, giovani e non giovani, uscirà vincente da questa crisi”.

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La competenza, tornata improvvisamente al vertice della scala dei valori. Negli ultimi tempi sembrava che uno valesse uno, un Nobel quanto un Signor nessuno, tutti allegramente paritari sui social. Ma lei crede veramente che l’Italia cambierà? Diventerà un Paese maturo?

“Noi italiani abbiamo nei geni un potenziale umano di innovazione, di estetica, di imprenditorialità, che è impressionante. Un patrimonio che ci dà il potere della prospettiva, quello di pensare a un mondo migliore, più potente, più bello. Nel casino non ci batte nessuno, abbiamo resilienza, abbiamo il cortisolo – l’ormone dello stress – e se ci mettono i bastoni tra le ruote non gliela diamo vinta. Il problema è l’ordinarietà, perché siamo pigri, ce la godiamo, non abbiamo struttura. Dobbiamo coltivare il nostro potenziale generativo, fertile, di visione, ma per far questo ci vogliono i role model, cioè le persone da prendere a esempio. Dovremmo farci aiutare da Plutarco, che in momento di crisi dell’Impero romano attinse con Le vite parallele al grande patrimonio dei Greci. E ne abbiamo di eroi, di eroi quotidiani. Penso a Renzo Piano: per fargli costruire un ponte nella sua città, Genova, è dovuta arrivare una strage. Ma penso in Sicilia a Falcone, a Borsellino. Sono le qualità straordinarie di questi uomini che vanno coltivate, che vanno prese a esempio, soprattutto dai giovani. Alla gente va data una possibilità, ma per questo la formazione ha una funzione fondamentale, sia a livello familiare che scolastico”.

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L’Europa?

“Arida e senz’anima, deludente, comunque andrà a finire. Molto deludente. Io penso che l’Italia dopo questo trattamento debba riprendere l’orgoglio, l’identità, essere molto più consapevole di sé. Non deve essere nazionalismo, ma una bella iniezione di autostima, pensando a tutto quello che siamo e che abbiamo dato nel mondo in termini di bellezza, di inventiva, di creatività, di talento. Perché questa storia con l’Europa fa pensare che, come nelle relazioni amorose, se ti fai trattare male, non è una storia felice. Vogliamo davvero stare insieme o mi stai usando? Stai con me solo quando le cose vanno bene? C’è unione o fai finta? Valorizziamo allora il nostro Paese, il nostro know-how, non regaliamo più niente a nessuno, coltiviamo l’orgoglio, e mettiamo le persone migliori a governare, ne abbiamo tante. D’altronde i teatrini è sempre bene smascherarli. In un mondo dove esistono la mistificazione e la finzione, dire la verità è più la grande rivoluzione che si possa fare. Tanto più dopo quest’esperienza dove gente con l’amante è rimasta chiusa in casa con la moglie o il marito per due mesi. Credo che tutto questo sia servito a capire il valore della verità”.

La natura. Saremo davvero capaci di istituire un rapporto diverso con l’ambiente?

“Dipende se l’uomo sarà un replicante o un mutante. Cioè un essere che ripeterà sempre se stesso o che cambierà a seconda delle esperienze che avrà fatto. Penso all’uomo primitivo che scopre il fuoco e quindi la possibilità di cucinare il cibo, e quindi di smettere di passare metà della giornata a digerire e di scoprire un tempo fino ad allora inedito, quello di raccontare storie, di divertirsi, di rappresentarsi. La recente scoperta della grotta dell’uomo di Neanderthal nella Francia del Sud ci racconta di un uomo che già 175 mila anni fa costruiva, progettava, usava sapientemente il fuoco. Questa intelligenza deve essere il cardine, in una terra come la Sicilia che invece si è messa a costruire orribili, anonimi centri commerciali, quando ha città storiche e natura meravigliosa. L’etica è l’estetica. Traiano aveva come ossessione quella di essere ricordato nel tempo. Ci è riuscito bene. Proviamoci anche noi. Abbiamo modo di riconnetterci all’anima e all’essenza della vita, abbiamo la possibilità di guardarci allo specchio senza infingimenti, di chiederci che cosa vogliamo davvero. Le grandi svolte della vita, individuale e collettiva, nascono nei momenti più duri”.