Per la situazione economica il potenziamento di ricerca e sviluppo costituisce la risposta più efficace e credibile. L’auspicio è che, superata la fase acuta di questa crisi, non si torni al passato.

di Antonio Purpura

Per oltre un mese siamo rimasti chiusi in casa, impegnati nel primo, e per adesso unico, livello di difesa collettiva dalla pandemia del coronavirus19: il “distanziamento sociale”. Si intravedono già i primi risultati positivi, ma per chiudere la partita con il virus dobbiamo aspettare il vaccino.

L’emergenza sanitaria sta facendo scoprire a tutti l’importanza della ricerca scientifica. Tuttavia, per la complessità della crisi che si è appena aperta, sarebbe necessario che questa nuova attenzione, oggi certamente su base “emotiva”, assumesse fondamenti più razionali per sollecitare un radicale ripensamento della politica nazionale in materia. La crisi sanitaria ha innescato una pesante recessione economica. “Ripartire” è necessario, ma non basta, perché in questo modo l’attuale struttura produttiva rimarrebbe immutata. Questa, invece, deve cambiare, anzitutto per introdurre nuovi modelli di organizzazione del lavoro compatibili con i nuovi standard di sicurezza sanitaria nelle fabbriche e negli uffici. E in secondo luogo, per dare al Paese nuove specializzazioni produttive, nuovi vantaggi competitivi, e nuovi equilibri territoriali.

Da un quarto di secolo l’economia italiana è quasi stagnante, come ci dicono i tassi medi annuali di crescita, nel periodo 1995-2017, del Pil (+ 0.7 per cento, contro l’1,9 dei Paesi UE) e della produttività del lavoro (+0,4 per cento, a fronte del +1.6 nell’Unione europea). Appare indifferibile una netta inversione della politica per la Ricerca e Sviluppo (R&S) attuata negli ultimi decenni. L’Italia destina agli investimenti in R&S l’1,38 per cento del Pil (Istat 2018), una percentuale pari a poco più di un terzo di quella della Germania (3,1 per cento), e ancora molto distante dal target del 2 per cento del Pil fissato per il 2020. In tali condizioni non sarà possibile entrare in nuovi settori ad alta tecnologia, né dotare i settori tradizionali del Made in Italy dei necessari sostegni innovativi per continuare a vincere la concorrenza internazionale.

Come per la crisi sanitaria, dunque, anche per quella economica il potenziamento della R&S costituisce la risposta più efficace e credibile. L’auspicio è che, superata la fase acuta di questa crisi, non si torni al passato e cioè a fare della R&S l’ancella povera, e sempre sacrificabile, del Bilancio dello Stato.