E’ il nome del progetto lanciato dall’architetto Francesco Lipari: dare vita a un modo innovativo di progettare abitazioni e insediamenti urbani. Per creare un nuovo “metabolismo” delle città.

di M. Laura Crescimanno

E’ lunga la lista dei premi ricevuti, delle progettazioni internazionali cui ha partecipato, delle opere di rigenerazione urbana di cui si occupa, mentre scrive e viaggia, dal suo studio di Roma. OFL, una sigla che nasconde il suo nome. Poi conferenze, articoli, saggi, riviste che Francesco Lipari è riuscito a realizzare in soli quarant’anni. Non facile districarsi tra i numerosi progetti che pur così giovane ha firmato, opere che spaziano dall’architettura religiosa pubblica, ai giardini interattivi, agli atelier aziendali privati, hotels, grattacieli e perfino aeroporti, realizzati in Cina, negli Usa, in Italia. Ma anche in Sicilia, nella sua provincia di origine, l’agrigentino, con il quale il giovane architetto ha un rapporto privilegiato, di amore odio, di fughe e ritorni.

Cresciuto in provincia di Caltanissetta, classe 1980, si trasferisce per gli studi di architettura e restauro a Roma, da cui spicca presto il volo. Lipari è un architetto che si definisce un viaggiatore cronico. Dopo la laurea vive un paio di anni in Cina, qui lavora a Shangai per lo studio 3Gatti. Il rientro a Roma significa per lui l’esperienza accanto a Fuksas, poi di nuovo in Cina, per una collaborazione con lo studio Mad. La curiosità, racconta al telefono, lo aveva portato in Cina a vedere il contemporaneo e l’approccio innovativo all’architettura organica, quella di Zaha Hadid, l’architetto iracheno che più di altri forse, è stata per lui fonte di ispirazione. Alla base delle sue opere, che fondono natura, musica e tecnologia, c’è una filosofia progettuale che lui stesso definisce “architettura emozionale”. Progetti multidisciplinari, originali, alchemici, teorizzati in un saggio di prossima pubblicazione. Ma in Sicilia, una terra che pone dei limiti ma che attrae, Lipari torna grazie all’esperienza di consulenza con il Farm Cultural Park di Favara. Ritorno alle origini, per guardare al futuro.

Com’è nata l’esperienza alla Farm di Favara, e come andrà avanti? 

“Ho contribuito con la realizzazione di alcuni eventi, aiutando Andrea Bartoli, il fondatore, che in un quartiere come quello di Favara vecchia, problematico ed abbandonato, aveva avviato un forte progetto di recupero.  Ci siamo conosciuti per caso a una mia mostra, io stavo per fondare Cityvision, rivista di architettura che si occupava di rigenerazione urbana, di cui mi occupavo già nel 2010 a Roma, e così ho deciso di tornare nella mia Isola. Come consulente per la Farm ho iniziato a creare mostre internazionali, poi a occuparmi della scuola per l’architettura dei bambini, che era già nata, ma aveva bisogno di collaborazioni più ampie, come quelle realizzate con le università di Milano, Amsterdam e Barcellona. Adesso il lavoro a Favara continua, con il progetto Fabbricare Fiducia, ideato quattro anni fa, per coinvolgere il territorio e stimolarlo a collaborare. Anche questa idea aveva bisogno di spiccare il volo. La call del progetto generale Fabbricare Fiducia è molto attuale e pone una domanda agli architetti di oggi: “Come immagini il mondo dell’architettura, quale sarà il modo di costruire dopo il coronavirus?” Stiamo raccogliendo oltre cento contributi”.

Quali altri strumenti può mettere in campo in concreto un architetto/urbanista per contribuire alla causa dell’ambiente, a fronte del cambiamento climatico in atto? Come dovranno essere gli spazi e le case in cui abiteremo?

“Dovranno avere caratteristiche legate all’intimità di chi ci vive, all’interno di edifici che si inseriscono in una strategia comune di rete per il recupero di energia su strategie comunali. Si utilizzeranno materiali più facilmente riciclabili, come il legno, impegnandosi a ripiantare alberi in un’ottica circolare, o la paglia, che come isolante è tra le soluzioni migliori in natura, si userà anche la canapa o il bambù. L’economia circolare e l’architettura dovranno ottimizzare insieme il funzionamento della città. Evitare spostamenti inutili, ridurre al minimo gli usi energetici. Un metabolismo circolare che ancora in Italia manca, molto più vicino culturalmente alle città del nord Europa. Ci vorrà una figura di architetto urbanista che coordina in modo nuovo un sistema emergenziale, in cui bisognerà non sedersi ad aspettare, ma vigilare e attuare una strategia open source”.

Può farci un esempio più concreto? Quale dei suoi progetti sviluppa al meglio i nuovi concetti abitativi che rispondono alle esigenze dell’economia circolare?  

“Il complesso parrocchiale di Santa Barbara di Licata è un progetto in progress, che garantisce una strategia energetica molto efficiente, grazie a una ventilazione di tipo naturale, utilizzando il moto dell’aria proveniente dalla vegetazione esterna e dai volumi di ombra generati dal parco esterno. Il cantiere è stato aperto a giugno, a inizio di febbraio c’erano già le fondazioni, speriamo di tornare a lavorare al più presto. La sostenibilità architettonica è garantita dall’uso del cocciopesto, piuttosto che del cemento. In generale, il progetto prevede grande attenzione al recupero energetico, con lampade a led e uso di pannelli fotovoltaici, secondo le nuove normative per gli edifici pubblici, murature molto spesse di tipo tradizionale, con minore dispersione del calore. Si tratta di un complesso ampio: tremila metri quadrati con aule parrocchiali, sacrestia, giardino, metteremo  almeno cinquanta varietà di macchia mediterranea. Sorgerà nella nuova periferia all’ingresso della città di Licata e accoglierà moltissimi fedeli del circondario. Affidare un grosso complesso parrocchiale per concorso, invitando studi di architetti a competere, ha permesso il confronto tra stili e soluzioni. Questo segna in Sicilia una svolta nelle nuove strutture edilizie che nasceranno nelle periferie urbane siciliane”.

Ma ci sono anche altri progetti che l’hanno già legata alla natura, obbligandola a ripensare il rapporto con l’uomo. Wunderbugs, (che ha vinto il premio A+Architizer 2015), e Sainthorto, i cui disegni nel 2012 sono stati esposti al Moma di New York…

“In Wunderbugs ho messo insieme le mie passioni, cioè l’entomologia, la musica – suono il pianoforte e la chitarra – e la tecnologia, fuse insieme nel mio lavoro quotidiano. Il contatto con la natura è una pratica di cui l’uomo si è privato, pensando di poterne fare a meno. La negligenza dell’essere umano nei confronti dell’ ambiente e degli animali alla base della vita, come per esempio sono gli insetti impollinatori, si vede in questi giorni drammatici, è un boomerang che ci sta tornando indietro. L’architetto per me deve essere anche un mediatore,  capace di strutturare la nuova città contemporanea, che sa ricreare nuove condizioni spaziali, prendendo spunti anche da altre discipline. Ci siamo occupati di biologia e di insetti nell’ambiente, per sottolineare l’urgenza di abbandonare i pesticidi, un lavoro realizzato in gruppo con altri sette professionisti diversi: agronomo, entomologo, ingegnere del suono e musicista. Così è nato il progetto, poi finanziato dalla Maker Fair di Roma. In Wunderbugs, un padiglione modulare in legno, c’è l’idea che gli insetti possono essere parte della nostra vita in città, uno spazio rigenerante che ci consente di rientrare in noi stessi. Un progetto di ricerca fatto di sei sfere di cinquanta centimetri di diametro, che ricreano microsistemi biologici, con piante e insetti, ai quali abbiamo applicato venti sensori che rilevano i dati di umidità e temperatura, poi  tracciati da un computer. Le variazioni sono lette da un  software che le trasforma così in suoni. Una musica sempre diversa.

Un altro esempio di architettura emozionale è Sainthorto, un orto realizzato per il comune di Siracusa, prima a Roma e poi trasportato nei giardini dell’Artemison,  che mette in gioco la capacità produttiva di un orto normale, ma sottolinea l’importanza degli orti urbani in contesti dove la speculazione e il cemento hanno sottratto il verde ai cittadini. Realizzato con triangoli modulari, ha fatto il giro d’Italia, grazie alla sua struttura che si può adattare a diversi contesti”.

 

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