La coloratura musicale inconfondibile, la presenza scenica, la forza seducente della voce:  così la palermitana Desirée Rancatore ha conquistato il successo nei teatri di tutto il mondo. E adesso aspetta solo di tornare all’opera.

di Giuliana Imburgia

A essere piena di colori non è solo la natura, con le sue vallate verdi, i tulipani e i girasoli, o solo il mare, con la sua innumerevole varietà di pesci e la barriera corallina, o soltanto l’arcobaleno che questi toni li racchiude tutti, in un unico colpo d’occhio.

A esser piena di colori e sfumature può essere anche una voce; una voce che per la sua intensità è talmente ricca che ogni singola nota riesce a trasmettere a chi l’ascolta una nuance sempre diversa, e tutto questo semplicemente chiudendo gli occhi e lasciandosi trasportare dalla vellutata delicatezza del belcanto.

Una coloratura musicale inconfondibile quella che caratterizza la cantante siciliana Desirée Rancatore, definita come una delle voci liriche più seducenti dell’opera internazionale: una carriera in cui ha regalato al grande pubblico l’emozione di vivere religiosi silenzi durante le sue performance sul palco alternati poi da un potente boato di applausi, che l’hanno resa la signora indiscussa della scuola belcantista italiana.

Una vera eccellenza siciliana nel mondo che con la forza della sua voce, il suo canto virtuosistico e la sua innata dote interpretativa, da oltre venti anni sta letteralmente stregando e incantando i teatri più importanti di tutto il mondo.

Nasce a Palermo nel 1977, dove studia violino e pianoforte prima ancora di cominciare, a 16 anni, lo studio del canto con la madre Maria Argento, e dove trascorre un’infanzia già caratterizzata dai frenetici ritmi del backstage di palcoscenico: “Sono cresciuta in una famiglia musicale perché mia mamma era una cantante del coro del Teatro Massimo mentre mio padre suonava come musicista in orchestra – dice – e io ricordo ancora quando da piccolina giocavo dietro le quinte con le sarte o con le testine di polistirolo per i vestiti di scena. Sognavo vedendo i costumi e gli allestimenti teatrali, ma non avrei mai pensato di fare la cantante, tutt’al più la musicista, poi però durante i miei studi al conservatorio mi sono ritrovata a sostenere una materia complementare obbligatoria per noi musicisti, il canto corale, e durate una messa in scena di Rossini mi sono follemente innamorata della lirica e così è iniziato tutto”.

Dopo aver studiato a Roma, perfezionandosi grazie alla sapiente arte dell’insegnante Margaret Baker Genovesi, a soli 19 anni debutta come Barbarina ne Le nozze di Figaro al prestigioso festival austriaco di Salisburgo, e da lì in poi fa presto a diventare una presenza abituale dei principali teatri d’Europa e Asia, fino a che all’età di 21 anni debutta anche al Teatro della sua città natale, il Massimo di Palermo, nel ruolo di Sophie di Der Rosenkavalier.

Un debutto dopo l’altro, un premio dopo l’altro, applausi su applausi su applausi, per un soprano lirico d’agilità che, da vera enfant prodige, ha fatto del virtuosismo canoro e degli acuti il suo giardino preferito. Più di trentatré ruoli a repertorio, ognuno dei quali ha saputo lasciare in lei un’impronta del carattere di quel personaggio e, al tempo stesso, prendere anche qualcosa di sé.

“Uno dei ruoli più importanti per la mia carriera è stato quello di Gilda in Rigoletto – spiega – perché dopo averlo interpretato ho capito che avrei potuto cantare tutto ciò che il mio cuore e la mia evoluzione vocale mi avrebbero permesso. Poi è arrivata la volta di una delle eroine drammatiche dell’opera lirica cui sono più affezionata, Violetta in La traviata, con cui ho debuttato a l’Opera di Montecarlo sotto la bacchetta del Maestro Marco Armiliato, e successivamente ho interpretato in numerosissimi teatri come a Palermo, Vienna, l’Escorial”.

Con una voce libera che arriva dritta al cuore, ha domato le forti personalità delle regine liriche del belcanto italiano, da Maria Stuarda di Donizetti, alla Norma di Bellini, passando per la Regina della Notte (Die Zauberflöte) e l’Adina de L’elisir d’amore, ritrovandosi spesso a bissare l’aria per rispondere alle insistenze di un pubblico entusiasta: “Per far rivivere queste eroine drammatiche cerco sempre di attingere anche dal mio bagaglio di vita e dalla mia personalità – continua – cerco di fare mio il più possibile il loro dramma per rendere merito all’estrema dignità e coraggio con cui ognuna di loro ha affrontato la sua personale battaglia di sofferenza e morte”.

Quest’anno, ad attenderla sul palco ci sarebbero stati altri due importanti debutti belcantisti che l’avrebbero vista interpretare Anna Bolena di Donizetti e le vesti di Liu nella Turandot di Puccini.

Tuttavia, non si può nascondere come la serenità degli artisti e teatranti sia stata pesantemente incrinata dall’arrivo dell’emergenza sanitaria, una pandemia che, tra le sue innumerevoli vittime, ha sferzato un duro colpo anche a tutto l’ecosistema della cultura, svuotando i teatri e i palcoscenici di tutto il mondo. Il distanziamento sociale, uno tra i comandamenti tanto predicati di questi tempi, mal si concilia, infatti, con il pienone delle sale e dei palchi e con quell’emozionante boato di applausi che solo una folla in estasi può capire. “Questo è un periodo in cui paura e speranza si sono trovate a convivere – afferma – una parentesi molto buia per l’opera, per la lirica ma soprattutto per chi, come me, è un’artista freelance che, insieme ai contratti di lavoro per l’anno in corso, sta vedendo svanire tante opportunità professionali e speranze per il futuro”.

Molte le proposte al vaglio per contribuire alla ripresa di queste realtà: “Confesso che a oggi immaginare qualcosa di risolutivo è molto difficile, tuttavia si è parlato di concerti in streaming o a organico ridotto – aggiunge – creando dei distanziamenti in scena anche tra l’orchestra e il coro, tutte soluzioni che comunque vanno ponderate e sperimentate grazie alla sapienza dei registi”.

Già, perché la dura legge del rovescio della medaglia vuole che la vita di un artista di successo sia anche una vita fatta di sacrifici, di rinunce e di lontananza da casa in cui non mancano i momenti di sconforto: “Soffro parecchio a essere un animo itinerante, perché dietro a una carriera di successo si nasconde anche tanta malinconia e solitudine, soprattutto per noi donne che abbiamo cominciato molto giovani, ma se fai ciò che ami credo che questo sia il naturale prezzo da pagare”. Quanto alla Sicilia, “la adoro, adoro anche quello che non va, ed è per questo motivo che mi auguro che la mia amata Palermo mi pensi più spesso e m’inciti a cantare di più nei teatri di casa mia – conclude – anche se nel frattempo non mi resta che trascorrere le giornate in casa, studiando canto e ascoltando le mie allieve in webcam, grazie allo strumento della didattica a distanza, esercitandomi ogni mattina con una buona dose di tecnica di respirazione e yoga per mantenere il più possibile sereno il mio animo, nonostante le mille preoccupazioni che vagano nella mia testa”.

 

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