La tanto amata e altrettanto combattuta ipotesi di decrescita felice sostenuta da oltre un decennio dall’economista francese Serge Latouche si può ragionevolmente collegare a una immagine tanto semplice quanto graffiante che Pasolini tratteggiava nei primi anni Settanta, scagliandosi contro la perdita dei possibili “modi di essere uomini”.

di Daniela Bigi

In un documentario andato in onda nel 1974, Pier Paolo Pasolini aveva scelto Orte, una cittadina arroccata sul confine tra Lazio e Umbria, per fare un ragionamento sulla forma della città come espressione compiuta dell’essenza di una civiltà e del suo rapporto con la natura. Mentre inquadrava il profilo perfetto di quell’agglomerato, allargando l’obiettivo arrivava al vulnus, ovvero l’arroganza con la quale l’edilizia recente era intervenuta a deturpare quella forma perfetta e la sua relazione armoniosa con il paesaggio naturale. Per approfondire le ragioni di quel “disastro irrimediabile” che aveva trasformato l’Italia, nello stesso documentario si sposta a sud di Roma, a Sabaudia, una delle città fondate dal regime fascista durante la bonifica dell’Agro Pontino, e sottolinea come quell’insediamento, malgrado la presenza di alcuni elementi tipici della retorica littoria, di fatto avesse resistito alla violenza della propaganda fascista mantenendo intatto il carattere identitario proprio della provincia italiana. Il Fascismo dunque non era riuscito a scalfire le coscienze, mentre in poco meno di un decennio, e in un regime democratico, il potere della civiltà dei consumi era riuscito a “togliere realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia aveva prodotto in modo storicamente molto differenziato”.

Credo che la tanto amata e altrettanto combattuta ipotesi di decrescita felice sostenuta da oltre un decennio dall’economista francese Serge Latouche si possa ragionevolmente collegare a questa immagine tanto semplice quanto graffiante che Pasolini tratteggiava nei primi anni Settanta, scagliandosi contro la perdita dei possibili “modi di essere uomini”.

Una stringente pubblicazione a quattro mani di Marcello Faletra – saggista e artista palermitano – e Serge Latouche intitolata Hyperpolis (Meltemi editore) affronta la medesima questione a partire dallo studio del fallimento della città contemporanea, dal suo degrado, tornando a denunciare la disuguaglianza sociale, la menzogna costruita intorno all’idea di crescita (crescita per chi? per quanti?), la strumentalizzazione ideologica dello spazio ai fini del dominio, la deterritorializzazione. Uno scenario in cui l’architettura e l’urbanistica firmate dalle grandi star mondiali risultano spesso funzionali alla magnificazione dei perversi flussi finanziari globali, contribuendo, con le loro forme, o meglio, con la dissoluzione e la deregolamentazione delle loro forme, alla colonizzazione dell’immaginario collettivo.

A partire dagli scritti ottocenteschi di Engels e dopo un’acuta disamina dei problemi della città novecentesca, Faletra arriva ad analizzare gli spettacolari modelli postmoderni, dalla Las Vegas di cui parla Robert Venturi alle architetture-oggetto di Frank O’ Ghery, azzardando la lettura di queste discipline, l’urbanistica e l’architettura appunto, come “psicopatologie”, come strumenti di quel tardo-capitalismo estetizzato che ha estromesso dalla città i suoi abitanti “naturali” trasformandola in un display cinematico dell’ “incontenibile virilità del capitale”.

Rispetto alla posizione di Latouche, è fin troppo facile attaccarlo, come hanno fatto in questi anni i suoi colleghi economisti, sul piano della effettiva applicabilità del suo modello di trasformazione radicale del sistema valoriale vigente. Più difficile è smontare i presupposti robusti, e sempre più largamente diffusi, del suo progetto di una società che si regga su un’abbondanza frugale, su un riformulato legame sociale, su nuovi stili di vita, magari anche nelle vecchie città, come scrive in questo libro, ma con riconquistate prospettive umane, territoriali, “locali”, con modelli di socialità ripensati, autodeterminati.

Dall’agghiacciante scenario globale dell’oggi, messo definitivamente a nudo dalla pandemia, libri come questo vanno letti e riletti. Per non smarrirsi.