Quello che possiamo imparare dal tempo di questo isolamento forzato è che un abbraccio recuperato vale quanto duecento passi o cento pedalate per andare a comprare il pane, lasciando a casa l’automobile

di Luigi Mazza

Viviamo da due mesi in una bolla sospesa, ristretta dal punto di vista dello spazio e dilatata dal punto di vista del tempo; confinata tra le mura di casa ed elasticizzata tra i limiti della scadenza di un decreto e l’altro, con l’ansiosa attesa che un bollettino o una diretta streaming da Palazzo Chigi ci diano finalmente le condizioni della ritrovata libertà.

Che sta succedendo nel bel mezzo di questa distopia, termine abusato ma quanto mai attuale? Le nostre vite scorrono su schermi digitali, le relazioni umane si rinsaldano o si fanno più precarie per mezzo di bit.  È così che la rete si intasa di videochiamate tra amanti e famigliari rimasti isolati in diverse coordinate della zona rossa; la scuola adotta la teledidattica; teatri, cinema, librerie e musei ci ricordano di esistere tramite una pagina Facebook e una webcam, i portali di turismo offrono a pochi dollari forme di viaggio e turismo esperienziale, corsi di magia, cucina esotica o meditazione con le pecore (sic!).

Tutto giusto, forse: nel mondo che ci siamo abituati ad abitare, senza internet staremmo tutti marciando, lentamente, verso la pazzia collettiva. C’è però un paradosso che stiamo attraversando. Da una parte, la natura ci dimostra il nostro essere la zavorra e l’ostacolo al proprio avvicendarsi, e ce lo dice facendo crescere l’erba tra i sanpietrini delle nostre città; occupando le rotte lasciate libere dalle navi con capodogli e squali; facendo accoppiare dei panda in uno zoo svuotato da occhi paganti; denudando da polveri sottili e inquinamento luminoso una costellazione.

Dall’altra, ci proiettiamo all’agognata Fase 2 e al ritorno alla “normalità” riprendendo in mano tutte le armi che questo tempo ci sta insegnando essere il boomerang lanciato contro la natura. Viaggeremo in auto da soli ed evitando il più possibile i mezzi pubblici; faremo in modo che la produzione industriale vada più veloce di prima per recuperare il PIL perduto; ci accalcheremo, con o senza mascherina, davanti a scaffali e banchi frigo di frutta, verdura e carne provenienti da agricoltura e allevamenti intensivi.

Quello che possiamo imparare dal tempo di questo isolamento forzato è che un abbraccio recuperato vale quanto duecento passi o cento pedalate per andare a comprare il pane, lasciando a casa l’automobile; che i versi della civetta o del barbagianni, di notte, sono più importanti dei clacson in tangenziale in pieno giorno, e che purtroppo, anche se non sembra, i secondi escludono i primi; che basta un virus invisibile per diventare gli altri, gli stranieri a cui chiudere i confini. Possiamo imparare che la normalità che dobbiamo recuperare forse deve essere un po’ meno “normale” di quella che abbiamo congelato col primo decreto che ci ha chiusi in casa.