Astrofisico per formazione, Andrea Orlando si è specializzato nelle ricerche di archeoastronomia. Ovvero studia gli astri in relazione ai siti archeologici siciliani. Alla ricerca dei riti degli antichi e a come calcolavano il tempo e le stagioni.

di Guido Fiorito

Esplora i significati nascosti negli orizzonti, i confini tra il cielo e la terra. È un cacciatore di ierofanie di luce, ovvero manifestazioni del sacro attraverso il sole. I giorni degli equinozi, attorno al 20 marzo e 22 settembre, da molti anni li passa ad aspettare il tramonto in qualche tempio siciliano. In un caso, si è fatto chiudere di notte, per l’equinozio di primavera, nel tempio della Concordia di Agrigento per verificare che il sole all’alba lo attraversasse da una parte all’altra, in perfetto asse con l’ingresso. Andrea Orlando è un astrofisico che si è dedicato all’archeoastronomia. Una disciplina in cui lo studio delle stelle cerca di ricostruire le abitudini e le credenze degli antichi abitanti rispetto al cielo, a braccetto con l’archeologia. Quando non esistevano calendari e orologi, la percezione del trascorrere del tempo e le stagioni era affidata all’osservazione del sole.

Nato in provincia di Milano, da genitori siciliani, a dieci anni è tornato con la famiglia nell’Isola. Orlando si laurea in Fisica con una tesi sulle aurore boreali e fa il dottorato alla scuola superiore sempre a Catania occupandosi di meteorologia spaziale. La sua passione è applicare la fisica ai beni culturali. Approda all’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Catania con una borsa di studio.

“Non c’era spazio per questo tipo di ricerche – continua Orlando, che oggi ha 41 anni – e nel 2015 mi sono trovato a scegliere se come tanti per continuare dovevo andare all’estero, per esempio negli Stati Uniti. Ho scelto di restare e continuo i miei studi in modo indipendente in collaborazione con diverse università, organizzo due eventi ogni anno in cui collego l’archeoastronomia alla divulgazione e lo spettacolo. Per vivere mi occupo anche di turismo”. Uno è il Festival itinerante biennale Pietre & Stelle, l’altro Astronomia e musica a Castello Ursino a Catania dove collabora con Giuseppe Severini, musicologo e liutaio a Randazzo.

Cuore dell’attività è l’Istituto di archeoastronomia siciliana che ha fondato con sede a Novara di Sicilia. Il suo motto è disce ut doceas, ovvero impara per insegnare, di Alcuino di York, precettore di Carlo Magno e direttore della Schola Palatina. Il logo è la sfera armillare di Solunto, un prezioso mosaico sul pavimento della casa di Leda, che rappresenta il cielo come lo pensavano gli antichi, con la Terra al centro dell’universo.

Il primo a capire che l’astronomia potesse essere utile agli archeologi fu Sebastiano Tusa, che per studiare i Sesi, tombe megalitiche di cinquemila anni fa di Pantelleria, collaborò con l’astrofisica Giorgia Foderà Serio per trovare come fossero orientati rispetto alla volta celeste. Lo stesso Orlando è entrato in contatto con Tusa, per esempio per gli studi su Punta Milazzese a Panarea e Capo Graziano a Filicudi.

“Se certi siti sono stati abitati per ragioni difensive – spiega – c’erano probabilmente anche ragioni astronomiche. Gli antichi usavano gli orizzonti come calendari. Il punto in cui il sole sorgeva e tramontava spostandosi durante l’anno segnava il passare delle stagioni. Al solstizio d’estate il sole, visto dal villaggio di Punta Milazzese, sorge esattamente sopra l’isolotto di Dattilo”.

Un altro monumento rupestre pieno di mistero, la nostra piccola Stonehenge, è la Spirale megalitica di Balze Soprane, vicino a Bronte. “Sorge su un terreno di sciare laviche preistoriche – spiega Orlando -. Si tratta di dieci lastroni di pietra sbozzati messi in verticale sul terreno che formano un percorso a spirale fino al centro. È di epoca compresa tra la fine dell’età del Rame e l’antica età del Bronzo, cioè la seconda metà del III millennio avanti Cristo. Si è ipotizzato sia una tomba ma i saggi di scavo non hanno trovato resti umani. Abbiamo fatto un rilievo di archeoastronomia su invito della Soprintendenza di Catania e abbiamo trovato che l’ingresso è orientato a 273 gradi di azimut, ovvero collegato al tramonto del sole agli equinozi. È di fascino incredibile ma non lo conosce nessuno. Non c’è un sentiero con indicazioni per raggiungerlo”.

Nella Valle dei Templi di Agrigento, Orlando ha condotto ricerche con Giulio Magli, unico titolare in Italia di una cattedra di Archeoastronomia al Politecnico di Milano e con Robert Hannah dell’Università di Waikato, in Nuova Zelanda. Per trovare che l’asse di tre templi (Ercole, Concordia ed Esculapio) è allineato agli equinozi al punto in cui sorge il sole. “Nel tempio della Concordia – spiega Orlando – abbiamo verificato che la luce del sole appena sorto illuminava il luogo all’interno dove era posta la statua della divinità. Ancora più interessante è che il fronte del tempio di Demetra e Persefone sulla Rupe Atenea è l’unico a essere allineato con la luna al suo massimo al Nord. La luna ha un moto complesso con cicli di 18,6 anni. Da qui la proposta che fosse collegato al culto di Artemide, la dea lunare”. Altri culti lunari avvenivano sulla Rocca di Cefalù, nel tempio di Diana, nome romano della stessa Artemide, orientato al tramonto agli equinozi. Quando il sole, in allineamento con la porta d’ingresso, prima di dare spazio al buio della notte, illumina il corridoio del tempio, invita a percorrerlo fino a una cisterna megalitica, centro di un antico culto dell’acqua. Il cielo di Mozia, studiato in collaborazione con l’Inaf, ha mostrato come sull’orizzonte in asse con la facciata del tempio si trovasse la costellazione di Orione (proprio il Baal adorato dai Fenici), quando essa sorgeva al solstizio d’inverno (21 dicembre) annunciando il ritorno del sole e il progressivo allungamento delle giornate.

L’ultima impresa è il censimento dei siti rupestri preistorici della valle dell’Alcantara con Francesco Calabrese, una guida naturalistica, e il fotografo e digital artist Emilio Messina. Anche qui il complesso rupestre di Rocca Pizzicata, con i suoi giganteschi gradini, è esposto ad Est, dove sorge il sole agli equinozi. “Abbiamo trovato tanti palmenti, come in Sardegna – dice Orlando -. Sono formati da due vasche comunicanti scavate nella roccia e collegate da un foro. In queste vasche si pigiava l’uva per fare il vino prima dell’arrivo dei greci. Uno si trova vicino alla Rocca di Pietramarina immerso ancora oggi in un vigneto. Sono preziose testimonianze della storia del vino in antichità in un territorio che produce oggi l’Etna doc. Il nostro presente ha una storia antica che bisogna valorizzare e divulgare”.

A proposito di beni culturali nascosti, ecco un’altra storia. “Nel 2014, durante una mia visita nei magazzini del Museo del Castello Ursino di Catania, mi sono imbattuto in quello che sembrava un piatto annerito, subito riconosciuto invece come un astrolabio, cioè uno di quegli antichi strumenti portatili che servivano a determinare l’altezza del sole o di altri astri sull’orizzonte. Un manufatto di fattura fiamminga, datato 1566, costruito da uno dei più grandi costruttori di astrolabi del Rinascimento: Gualterus Arsenius. In seguito a un’accurata ripulitura lo strumento è tornato a risplendere ma purtroppo ancora oggi non è visibile al pubblico”.

Rinviato di un anno, per la pandemia, il progetto di marzo in Turchia per studiare il rapporto delle rovine di Troia e il sole con l’università di Cincinnati, il primo equinozio saltato dopo 15 anni, Orlando adesso punta sul solstizio di giugno: “Rimarrò in Sicilia ma spero di poter riprendere le osservazioni”.

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