E’ così che vedeva Andrea Camilleri l’avvenire della Sicilia. In questa intervista dimenticata il grande scrittore racconta la sua idea di letteratura e dell’Italia, le sue letture preferite, ma soprattutto parla della sua terra. Una lezione di coraggio e di ottimismo. Un’idea in cui, oggi più che mai, dobbiamo tutti tornare a credere.

di Fabio Albanese

Chissà cosa avrebbe detto il Maestro che non voleva essere chiamato Maestro, in questi tempi segnati dalla pandemia, dal dolore e dall’isolamento, lui che quella sera di quasi estate di due anni fa, al pubblico del teatro greco di Siracusa venuto ad ascoltarlo per Conversazione su Tiresia, lasciò come suo commovente commiato quel: “Mi piacerebbe che ci rincontrassimo tutti quanti, qui, in una sera come questa, tra cento anni!”. Ora che Andrea Camilleri non c’è più, scomparso a 93 anni il 17 luglio di un anno fa, quella sua voglia di leggere la realtà, “cieco a cui è venuta una immensa curiosità di capire”, manca ancora di più, e non soltanto ai suoi tanti lettori. Il suo pensiero sui nostri tempi, sulla Sicilia, sui razzismi e gli stereotipi e, profetico, sulle migrazioni, riemerge da un’intervista in gran parte dimenticata del gennaio 2001 a Pisa nella quale parla anche del suo successo letterario, dei “suoi” scrittori, dei suoi rapporti con le altre coscienze critiche della Sicilia, da Pirandello a Sciascia. Sempre con una visione positiva che sembra fare a pugni con l’essenza di un siciliano. Vale la pena leggere quelle parole.

Qual è la Sicilia che le piace di più, quella di Vigata ieri o quella di oggi, tante piccole Vigata ma anche metropoli afflitte dai problemi della globalizzazione?

“Io non credo che della Sicilia si possa fare una sorta di anatomia. La Sicilia va accettata così com’è. Forse la sua forza maggiore consiste nelle sue contraddizioni, che permettono lo sviluppo e spesso sono anche delle remore. Però, nel momento in cui si superano queste remore, credo che l’acquisto che noi siciliani facciamo in coscienza sia superiore ad altri. Lo sviluppo della Sicilia è meno visibile di quanto non possa essere nel Nord o in altri Paesi, perché da noi anche uno sviluppo economico presuppone uno sviluppo della coscienza. Sta lentamente mutando il nostro Dna ma proprio perché sta mutando in positivo, è difficilissimo a vedersi. Ma esiste. Ed è un mutamento irreversibile”.

Quando si parla dei mali della Sicilia si pensa spesso alla classe politica. È davvero questo o c’è altro?

“La classe politica non è un’imposizione ma il risultato di elezioni che si presumono libere e che credo nell’80 per cento dei casi siano libere. Dare la colpa della mediocrità alla classe politica siciliana è facile, ma bisogna chiedersi chi ha fatto la classe politica siciliana, chi le ha dato il potere; mica se l’è conquistato con un colpo di Stato! Li avete votati? Teneteveli. I politici sono specchio della società siciliana”.

L’Italia ha scoperto il razzismo verso uomini di altre culture in aggiunta a quello tra Nord e Sud. Che ne pensa?      

“Noi siciliani il razzismo lo abbiamo provato sulla nostra pelle. Anni fa con questi occhi ho visto a Torino che non si affittavano case ai meridionali. Era un razzismo interno, assoluto e puro. Figurarsi se arrivano dei poveracci extracomunitari. In Sicilia c’è una maggiore tolleranza, forse perché noi siciliani siamo stati un popolo costretto assai frequentemente all’emigrazione per andarsi a guadagnare il pane. Però, a me viene da ridere perché ho 76 anni; se ne avessi quaranta mi verrebbe da piangere per come viene affrontato il problema dell’arrivo di questa gente, non in Italia ma in Europa, sul fatto che non ci sia una comune intesa europea su come agire di fronte a un fenomeno che nei prossimi anni credo sarà una migrazione epocale. Il problema non è pensare a oggi e manco a domani, ma pensare fra dieci anni. Sarà un tema che investirà tutta l’Europa in una forma che neanche lontanamente possiamo prevedere. E non c’è nessuna idea di come affrontarlo, ché non è solo il problema dell’islamismo, è un problema di convivenza che dovrà essere squadrato nei suoi termini più giusti”.

Colpa degli stereotipi probabilmente, come quelli sulla Sicilia.

“All’estero la Sicilia è uno stereotipo per eccellenza. E rimangono meravigliati molto, molto, quando vengono in Sicilia e trovano un’immagine, una realtà diversa da quella che era stata loro raccontata”.

Qual è secondo lei la Sicilia vera, quella dell’amicizia profonda che dura una vita o si rompe irrimediabilmente, o quella degli intrallazzi, della burocrazia inetta e soffocante, del clientelismo esasperato; o ce n’è ancora un’altra?

“Dicevo che mi viene difficile sezionare la Sicilia. Credo che sia tutte e due le cose: l’intrallazzo, anche la burocrazia esasperata, ma pure certi scatti vigorosi dell’intelligenza che poi sono i momenti più affascinanti dei siciliani. La capacità di intuizione o quella di pervenire a conclusioni con pochi dati iniziali. Questo scatto, questa marcia in più, è propria dei siciliani ed è anche inscindibile. Anche se basta girare un po’ il volante in una direzione diversa e da, positiva che era, diventa estremamente negativa”.

C’è un libro che Lei non ha scritto ma che ha ispirato e guidato pagina per pagina; è La testa ci fa dire, un dialogo con Marcello Sorgi. Avete parlato di Sicilia, di sicilianità, di sicilitudine. Ma serve parlare ancora di senso dell’amicizia alla siciliana o ancora di “siciliani di scoglio e siciliani di mare aperto”, per utilizzare la definizione del grande direttore de L’Ora, Vittorio Nisticò, e che voi avete ripreso?

“Si, ha un senso perché il dialogo è tra due siciliani. Siciliani di generazioni diverse, lui assai più giovane di me, che si sono trovati emigrati. In modo assai più largo, non credo che abbia senso e significato parlare di sicilitudine, che tra l’altro è una parola che mi dà fastidio. Quando mi sento dire ‘scrittore siciliano’, io ci resto male perché io sono uno scrittore italiano nato in Sicilia. Nessuno direbbe ‘uno scrittore lombardo’. Sono categorie e formule che vanno prese con le pinze e sistemate nel posto giusto e nel momento giusto”.

Anche Vincenzo Consolo, che però l’ha accusata di avere tradito la tradizione di Sciascia e della letteratura siciliana, sostiene che non esiste più lo scrittore siciliano ma lo scrittore che proviene dalla Sicilia e ciò che scrive ha un valore universale. 

“E io lo condivido pienamente. Ripeto spesso una frase di Tolstoj: ‘Descrivi bene il tuo villaggio e avrai descritto il mondo’. Le forme possono essere diverse ma per noi scrittori siciliani, scrittori italiani nati in Sicilia (nato in Sicilia è un signum individuationis più forte che non per altri scrittori), questa è una sorta di radicamento da cui far partire la linfa, il tronco, i rami, le foglie, dell’albero del nostro scrivere”.

Pirandello, Sciascia, Camilleri. Agrigento, patria delle contraddizioni, in campo letterario invece si presenta nel segno della continuità. Si ritrova in questa scia di grandi della letteratura?

“Se dovessi rispondere di sì farei un grossissimo atto di presunzione, in quanto secondo molti critici e secondo molti accademici io non sono neanche uno scrittore. Si figuri allora se mi posso accodare a Pirandello e Sciascia. Nel mio piccolo però io scrivo e ho un certo seguito tra i miei lettori. Quindi, magari in una storia della letteratura del futuro si potrà dire: ci sono stati grandissimi scrittori come Pirandello, grandi scrittori come Sciascia, poi c’è stato un inspiegabile fenomeno di un signore che scriveva e che aveva molto successo ma che non riteniamo di potere accodare, se non in un’appendice, ad altri nomi. Ma a me personalmente la cosa avrà finito di riguardarmi, in quanto non ci sarò più”.

Da ragazzo cosa avrebbe voluto fare da grande?

“Il marinaio. Ho sempre sognato di imbarcarmi su una nave e di fare il marinaio; militare o civile ma quello è stato il sogno della mia vita”.

Un siciliano di mare aperto.

“Un siciliano di mare apertissimo. Avrei navigato…”

Che ricordo ha della sua fanciullezza?

“Una fanciullezza gradevolissima. Io ho avuto una vita fortunata. Ero figlio unico, amato come dei genitori possono amare un figlio unico, coccolato. Un’infanzia molto incantata, con nonni, zii, e poi le avventure che già un ragazzino con l’inclinazione al fantastico poteva avere e sviluppare. Avevamo la campagna, una vecchia automobile, una cappella. Di volta in volta diventavo papa, Nuvolari, quello che volevo. Ecco, proprio un’infanzia incantata”.

Ha provato a spiegarsi il perché di un successo letterario senza precedenti, con sette, otto titoli contemporaneamente nelle classifiche dei libri più venduti?

“No. Ma c’è, e siccome è gratificante, checché ne dicano i falsi modesti, io ne godo. Nello stesso tempo è un godimento inquieto perché, come dice Marías, scrittore spagnolo anche lui di molto successo: ‘E se un giorno mi sveglio e qualcuno mi dice, guarda te lo sei sognato tutto questo, oppure abbiamo scherzato, tu che fai?’ Io sono esattamente nella stessa situazione”.

Avrà qualche dote particolare nello scrivere…

“No, non la prenda per falsa modestia. Io scrivo perché mi sento di scrivere così, mi diverto a scrivere, e sono fortunato perché per tutta la vita mi sono guadagnato il pane facendo quello che mi piaceva fare. Ma per quello che riguarda il successo editoriale, m’è piovuto addosso. Scrivo e pubblico da 21 anni: non si erano mai accorti prima di me? Solo nel ‘98 sono nato alle lettere? Gli stessi libri che allora si vendevano a tremila copie ora si vendono a duecentocinquantamila. Gli stessi. Che cos’è avvenuto? Non lo so. E poi tra l’altro non sta neanche a me cercare di spiegarlo”.

Secondo lei, il lettore nei suoi libri cerca e apprezza di più quel suo modo particolare di scrivere, le storie che racconta, o cos’altro?

“Non so rispondere. Forse le storie che racconto. Io credevo che fosse per il modo con le quali le scrivevo, cioè l’invenzione di questo misto di siciliano. Questo però potrebbe spiegare il successo in Italia. Ma pigliamo un libro, La forma dell’acqua, tradotto in Germania e venduto in centodiecimila copie. Se ha questo successo non è più il linguaggio ma è per come è raccontato, il gusto, il piacere del racconto. Altrimenti non si spiega. Credo che il successo sia in quello che dico di essere, cioè un contastorie. Una narrativa che arriva a chi la vuole stare a sentire”.

Eppure in mezzo a tanto successo ci sono critici che le hanno rifilato sonore stroncature. Se l’è presa?

“No. Io ho alle mie spalle trent’anni e passa di teatro. Facevi uno spettacolo nel quale ci avevi messo l’anima e l’indomani leggevi sul giornale una feroce stroncatura. Quindi, una certa mitridatizzazione alla critica negativa ce l’ho. Quand’è che me la prendo (perché me la prendo alcune volte)? È quando leggo dichiarazioni come: non ho mai letto nulla di Camilleri, però non mi piace. Dopodiché seguono venticinque righe di stroncatura. Solo chi mi ha letto ha libertà assoluta di stroncarmi perché parla a ragion veduta, e non me la prendo. Anche io ho il diritto di dire che certi libri non mi piacciono. E me la piglio con quelli che presumono, quelli sì, e sono anche pericolosi, per la loro presunzione”.

Ha modelli di riferimento, scrittori che tiene sempre in mente quando scrive?

“Diciamo che stanno nel sottosuolo. I punti di riferimento ognuno li dimentica via via che scrive. Magari continuano a esserci senza accorgersene, a livello inconscio. I miei sono Pirandello e, subito dopo, Brancati. Poi Gogol, Sterne e altri. Ma i miei conterranei del cuore, quelli che mi porto appresso, sono proprio Pirandello e Brancati. Sciascia ha un’altra funzione, quella di lubrificante, di messa in moto degli ingranaggi per altre strade”.

Ci svela un suo ricordo personale di Sciascia?

“Io non appartengo alla schiera degli amici intimi di Sciascia. Leonardo aveva quelli che lo chiamavano Nanà, Consolo e altri lo chiamavano Nanà. Io lo chiamavo Leonà, era una sfera un po’ più distante di rapporto di amicizia. Lui ha sempre dimostrato una grossa stima nei riguardi di me scrittore, ma rimproverandomi sempre l’uso sporcato del mio italiano, lui che invece affilava ogni giorno il suo italiano come faceva il barbiere con la cote quando affilava il rasoio. Me lo rimproverava pur ammettendo che come fatto espressivo in qualche modo servisse l’uso del dialetto. Quando gli diedi i documenti invitandolo a scrivere La strage dimenticata, episodio accaduto nel mio paese, lui se li lesse e poi mi disse: Perché non lo scrivi tu? Gli risposi: Leonà, io mica lo so scrivere come lo sapresti scrivere tu. E lui: Ma perché lo vuoi scrivere come lo scriverei io, scrivilo come la sai scrivere tu. Io: Con le parole siciliane? E lui: Vabbè, mettine il minimo possibile!”.

C’è bisogno di uno Sciascia oggi, di una coscienza critica, come trent’anni fa di Pasolini?

“Madonna se ce n’è bisogno! C’è bisogno di Leonardo Sciascia, con le sue contraddizioni e le sue alzate di ingegno che facevano irritare. Ce n’è bisogno, perché veramente Sciascia era una coscienza morale quando diceva “guarda che le cose non stanno così ma in quest’altro modo”, oppure “riflettete su quello che state facendo”. Ce ne fossero! Diversissimi erano Moravia, Pasolini e Sciascia, però erano tre presenze continue, non solo nella nostra letteratura ma nella nostra coscienza quotidiana”.

C’è qualcuno che oggi può assolvere a questo compito?

“Oddio, qualche scrittore che abbia delle inclinazioni nel senso di intervenire, che ne avrebbe teoricamente la capacità, c’è. Faccio l’esempio di una persona che è negativa nei riguardi della mia scrittura: gli interventi che ogni tanto Vincenzo Consolo fa su certe questioni sono nel 90 per cento dei casi meditati, molto forti e seri. Ma Sciascia era presente in ogni secondo della nostra esistenza, il suo non era un intervento spurio su alcune cose, era una guida costante. Dalla quale ti potevi discostare o no, ma era lì, c’era tutti i giorni”.

Ci sono, secondo lei, grandi scrittori italiani in questo inizio di 21esimo secolo? 

“Almeno tre. Io non sono un critico e gradirei che lo dicessero i critici e non un semplice lettore come me. Ma almeno tre ci sono e Consolo è uno di questi, Tabucchi è uno di questi, Pontiggia è uno di questi”.

Che futuro vede per Camilleri scrittore? Ancora Montalbano?

“Non lo so. Il problema del futuro, se ci sarà ancora Montalbano, è il problema del futuro dell’autore, non tanto dei suoi personaggi. Ho una certa età, ho una buona quantità di acciacchi. Per quanto è possibile continuerò a scrivere. Dopodiché, sicuramente dovremo dare, come posso dire, non dico un termine ma un punto fermo con Montalbano. Non so quando, non so come. Poi credo che mi prenderò qualche anno sabbatico”.

Lei vive a Roma, viene qui in Toscana spesso. A Porto Empedocle torna di tanto in tanto. Si può essere siciliani, parlare di Sicilia senza viverci? Non c’è il rischio di lasciarsi avvolgere dagli stereotipi?

“Non dagli stereotipi ma dalla memoria. Cioè, il rischio che corro è di raccontare una Sicilia che oggi può non esserci più. D’altra parte però io non scrivo di attualità, io scrivo romanzi. Vederci la totale realtà di oggi della Sicilia è un errore. Vederci una parte di realtà della Sicilia di oggi è giusto”.

Da siciliano che vive lontano dalla Sicilia, si è mai fatto prendere dal morso della nostalgia?

“Sempre. Sempre. La mia lontananza dalla Sicilia ha una scarsa autonomia. Sono un aereo di piccolo volo e dopo un po’, con qualsiasi pretesto, devo tornarci. Anche per tre, quattro giorni. Più passano gli anni e più penso a una cosa che in gioventù mi faceva ridere, quella dell’emigrante che dice: Quando muoio portatemi al mio paese. Mi dicevo: Ma figlio mio, quando sei morto che te frega di dove ti portano? Ma aveva ragione l’emigrante. Certo, è sempre meglio andarci da vivo”.

E da siciliano che guarda da lontano i fatti della sua terra, che futuro vede per la Sicilia?

“Bellissimo lo vedo. Bellissimo. Perché è inevitabile che la forbice Nord-Sud non potrà allargarsi più di tanto. Quindi a un certo punto questa forbice in qualche modo dovrà cominciare a richiudersi. Quando la situazione socio-economica in Sicilia sarà migliorata, ed è inevitabile che avverrà, credo che potrà trovare una collocazione molto forte nel campo della produzione, non solo di prodotti di uso ma anche in quella intellettuale”.