E’ quella che Cultura Italiae, uno dei più grandi network di operatori culturali privati e pubblici, sta preparando per rilanciare il Paese e la Sicilia. Una sfida, racconta il presidente Angelo Argento, per costruire un nuovo futuro.

di Alessandra Turrisi

Messo da parte lo smarrimento per il dolore, i danni incalcolabili, le privazioni che la pandemia coronavirus sta provocando nel nostro Paese, resta convinto che in questa crisi epocale si può nascondere un’opportunità. Bisogna saperla trovare e far rifiorire il brand Italia, a partire dal più grande tesoro nazionale, la cultura. “Dimostriamo al mondo che siamo capaci di serietà e rigore e saremo i primi a ripartire”. Ne è convinto Angelo Argento, 51 anni, avvocato ennese, presidente di Cultura Italiae, uno dei più grandi network di operatori culturali pubblici e privati. Nei giorni scorsi è stato tra i protagonisti dell’iniziativa “biglietto sospeso”, un normale ticket di ingresso – sospeso, appunto, come il celebre caffè – che dà supporto agli enti e ai professionisti del mondo della cultura per proseguire le attività una volta che l’emergenza sarà finita.

Come cambieranno, secondo la sua esperienza, le modalità di fruizione del sistema culturale in Italia?

“Speriamo in meglio. La logica finora è stata quella del grande attrattore attorno al quale costruire una rete e creare le condizioni per cui, se io faccio un viaggio ad Agrigento per ammirare la Valle dei templi, magari poi vado a vedere la casa di Sciascia sulla Strada degli scrittori. Questo è stato già un modo per modificare e diversificare la fruizione. Ma il tema vero è quello della formazione, dobbiamo formare l’utente. Se questa crisi sta insegnando una cosa alla cultura è che bisogna utilizzare meglio gli strumenti e la tecnologia, basti pensare che la scuola ha fatto un salto in avanti di vent’anni con l’applicazione della didattica online. La cultura deve guardare anche in questo campo: interagire tra ciò che è digitale e ciò che è reale, con una fruizione più razionale del reale per un migliore utilizzo del virtuale”.

In queste settimane sono stati diffusi link di musei, mostre, monumenti da poter visitare in maniera virtuale, in un momento in cui sono interdetti al pubblico. Quale contributo possono dare?

“Per molti questo è un modo per scoprire ciò che prima ignoravano, e cioè che è possibile fruire digitalmente di luoghi dove spesso si va solo perché bisogna andarci. Se uno si trova a Parigi e ha poco tempo, tra la Tour Eiffel e il Louvre preferisce la prima, ma adesso scopre che è possibile visitare la Gioconda, Tiziano e Veronese attraverso il proprio smartphone”.

Cambieranno i consumi culturali?

“Quella a cui stiamo assistendo non è la fine del mondo, ma è la fine di un mondo. Tutti dovremo interrogarci e reinventarci, nel momento in cui ci sarà la consapevolezza che il peggio è passato e dovremo costruire un futuro. Il mondo della cultura ha una grande responsabilità nella tenuta del rapporto tra tutte le persone, nel comprendere come fare a non dimenticare ciò che di buono ci ha dato questa esperienza. Certo, bisognerà affrontare una crisi economica evidente di una portata mai vista prima. C’è di fronte a noi un problema di crisi sociale, oltre che economica e anche forse istituzionale; solo la cultura potrà aiutare a reggere, per non sprofondare in un baratro”.

Lei parla di una crisi epocale in corso. Penso anche a tutte le realtà giovanili nel campo della fruizione dei beni culturali, nate in realtà come la Sicilia dove si è cominciato a fare impresa in questo campo e che ora si trovano spiazzate. Quali incentivi sono necessari?

Sicuramente economici, perché sarà un dramma di tenuta di liquidità diffusa, che però non dovranno essere dati a pioggia senza una scientificità. Va valorizzata la qualità, dopo che abbiamo provveduto alle esigenze primarie, perché abbiamo un’economia completamente ferma che è fondata sul turismo, sul piccolo commercio, su ciò che è connesso ai servizi per chi poi lavora nel pubblico. E se l’imprenditore non paga le tasse, non si possono pagare gli stipendi e i servizi primari, dalla salute alla scuola. Come Cultura Italiae abbiamo lanciato il programma Resilientia Italiae, che inneggia alla necessità di costruire le ragioni dell’unità tra italiani, tra europei e in tutto il mondo, per potere venirne fuori. Gli incentivi ci vorranno, soprattutto per i giovani, ma prima bisognerà uscire da una crisi primaria. Purtroppo la cultura è vista come un bene voluttuario, di cui si può fare a meno. Già sarebbe un grande salto di qualità per il Paese immaginare come, in realtà, la cultura è un bene ‘alimentare’ come tutti gli altri”.

Ormai la pandemia è globale, ma l’Italia all’inizio è stata considerata l’appestata. Da cosa bisogna far ripartire l’immagine dell’Italia?

“Da quello che stiamo facendo. Quando all’inizio ho visto quella foto terribile della CNN che metteva l’Italia al centro di una sorta di fungo atomico, da cui esplodeva per tutto il mondo questo virus, ho subito detto che l’unica soluzione che avevamo era quella di chiudere tutta l’Italia subito. E qualcuno mi ha preso per pazzo. Ma questa è l’unica strategia per ripartire dopo. Se noi dimostriamo al mondo ciò che per il mondo non siamo, cioè serietà e capacità nella gestione dell’emergenza e della crisi così grave, noi saremo i primi ad averne dopo un vantaggio anche dal punto di vista dell’immagine distrutta e calpestata da quella fotografia della CNN. Quindi bisogna ripartire dalla serietà e dal rigore. E, infatti, gli altri Paesi ci stanno venendo dietro. C’è una vignetta in Francia in cui Macron cerca di copiare il compito scritto da Conte”.

Dietro l’apparente retorica dell’unità e della nazione, basta leggere i social per vedere disunità, rancore tra Sud e Nord. Questo cosa dimostra, che c’è un Paese in cui si ha ancora paura gli uni degli altri?

“Dimostra che siamo degli idioti, una stupidità sociale che ha però una sua ragion d’essere. In questi anni c’è chi ha soffiato sul fuoco dell’autonomismo per interessi personali, per lucrare un po’ di vantaggio elettorale, spingendo sulle debolezze della propria terra non ricordando però quali sono i propri difetti e caricando di responsabilità solo l’altro, Roma, Milano, Torino. Ora i frutti di questo seminare portano a una reazione di questo genere”.

Cultura Italiae cosa chiede al governo? Il piano di “recovery”, di ripristino delle condizioni pre-crisi, cosa prevede?

“Noi non chiediamo nulla al governo. Diamo semmai una disponibilità della nostra rete fatta da tante personalità, intelligenze ed eccellenze del mondo della cultura, della scienza, delle istituzioni, dello sport, dell’arte, che hanno dato disponibilità a creare tre task-force che assistano il governo nella comunicazione, che ormai è fondamentale, nella tenuta della salute fisica e psicologica di chi verrà fuori da queste vicissitudini e nell’aiuto vero alle imprese, per potere ripartire e riprendere un percorso che è stato brutalmente interrotto. Queste task-force stanno elaborando una serie di progetti specifici che offriremo alla disponibilità del governo per affrontare la crisi che oggi è sanitaria, domani sarà economica e speriamo non diventi istituzionale”.

 

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