Uno choc collettivo violento ha di fatto modificato la nostra scala dei valori. Ci saranno mesi difficili, ma ci riprenderemo bene se sapremo usare al meglio i fondi straordinari e sapremo dare il giusto valore al terzo settore. Parola di Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione per il Sud.

di Laura Anello

Dalla casa della sua Napoli, dov’è asserragliato come tutti, occhieggiano dalla schermata Skype stampe su paesaggi della sua città e librerie colme di volumi. Frame della biografia di Carlo Borgomeo, da oltre dieci anni presidente della Fondazione con il Sud dopo una vita passata tra ricerca e impresa: prima al Censis, poi presidente della Società per l’imprenditorialità giovanile, poi ancora amministratore delegato di Sviluppo Italia e della Società di trasformazione urbana di Bagnoli. E dal 2009 al vertice della fondazione di origine bancaria nata per promuovere quella che chiama “l’infrastrutturazione sociale” del Sud attraverso il Terzo settore, cioè tutta quella galassia fatta da associazioni, cooperative, imprese sociali: “terza” rispetto al pubblico e al privato profit. Dagli interventi per l’educazione dei ragazzi alla valorizzazione dei cervelli del Sud, dalla tutela e valorizzazione dei beni comuni alla qualificazione dei servizi socio-sanitari, la Fondazione ha sostenuto finora oltre 1.100 iniziative, coinvolgendo 6000 organizzazioni diverse, 320 mila destinatari diretti ed erogando 211 milioni di euro.

Un osservatorio straordinario, oggi, da cui ragionare sullo scenario del Sud dopo l’emergenza sanitaria. “Sostengo da tempo – dice – sulla base della mia esperienza, che tutte le politiche che hanno mirato a ridurre il divario tra Nord e Sud hanno sottovalutato l’importanza del capitale sociale. Il capitale sociale è una premessa e non una conseguenza della crescita economica. Si fanno molti paragoni con il secondo Dopoguerra, oggi, e sulla necessaria ricostruzione. Teniamo presente però che in quel caso, accanto alla riedificazione urbanistica, c’è stato un grande sforzo nella ricostruzione sociale. A questo dobbiamo puntare, soprattutto al Meridione, soprattutto guardando al Terzo settore, sia perché altrimenti vengono meno un sacco di servizi essenziali legati all’inclusione, all’assistenza, al sostegno alle fasce deboli, sia perché niente funzionerà se non c’è un Terzo settore che promuove e anima le relazioni sociali”.

Crede che le misure adottate finora dal governo (scriviamo il 25 marzo, ndr.) siano sufficienti?

“No. Le dimensioni della crisi suggeriscono ben altri interventi. È il momento di realizzare un’operazione straordinaria, mediante la concessione di contributi a fondo perduto da erogare non attraverso una faticosa selezione di progetti, ma a tutte le organizzazioni di Terzo settore con esperienza e radicamento nei territori. La Fondazione con il Sud è pronta a mettere a disposizione gratuitamente strumenti, esperienza e competenze. Penso anche ai tanti giovani che hanno deciso di rimanere nella propria terra mossi da un forte senso di responsabilità, accettando dure sfide nelle loro imprese sociali”.

Come pagare questo intervento? 

“Le risorse finanziarie possono essere reperite dai fondi strutturali: in primis i cinquecento milioni di euro del Pon inclusione 2014-2020 ancora non impegnati; se necessario disimpegnando alcune risorse del Fondo sociale europeo destinate a progetti di difficile realizzazione; e infine verificando la possibilità di utilizzare a tale scopo l’intuizione del ministro Provenzano che ha previsto la possibile anticipazione dei fondi strutturali e di investimento europei (fondi Sie) 2021- 2027. Quel che vale per le imprese può valere per il Terzo settore. Se non ora quando si potranno modificare regole e procedure che spesso ci appaiono troppo pesanti e incomprensibili?”.

Il nostro Sud. Metà degli italiani pensa che gli siano stati dati troppi soldi, l’altra metà denuncia l’insufficienza delle risorse. Chi è più vicino al vero?

“Al di là di interventi sbagliati, sprechi, incapacità, c’è stato un errore di fondo: condannare il Sud a inseguire il livello di reddito del Nord, a importare modelli estranei alla cultura e alle tradizioni e a sviluppare, di fatto, una dimensione politica di dipendenza. Per spezzare questa logica bisogna introdurre una profonda discontinuità, a partire dalla consapevolezza della natura vera del divario. Il Sud è meno ricco del Nord, ma la distanza più grave è nei diritti di cittadinanza, nella scuola, nei servizi sociali, nella cultura della legalità. È da qui che bisogna ripartire, nella consapevolezza peraltro che al Sud ci sono meno flussi finanziari di fondazioni private, di imprese, ma anche di privati ricchi. Esiste meno la cultura della donazione”.

Che cosa succederà alla cultura e al turismo, fino all’altro ieri citati come pilastri della crescita del Sud? I consumi cambieranno?

“In questo momento non è facile rispondere. Penso che ci saranno dodici-quattordici mesi di stop and go, alcune cose si potranno fare, altre no. Poi si riprenderà bene. E io penso che dopo questo choc collettivo violentissimo che ci sta portando tutti a modificare la gerarchia dei valori, la cultura ne uscirà vincente, sarà percepita come un bene durevole, come un valore importante. Non so dire che cosa succederà nell’immediato ad altri consumi, dopo esserci abituati a mesi senza macchine e senza ristoranti. Di sicuro nel Sud l’agroalimentare è molto forte, ci sono importanti centri di ricerca, una discreta presenza di automotive. Ci sarà un radicale ripensamento delle nostre vite, e non è detto che sia in peggio: può darsi che alcune lezioni vengano imparate, che si smetta di dire per esempio che la sanità privata è migliore di quella pubblica. Come sarà un grande tema rendere strutturali alcuni interventi che l’emergenza suggerisce. Saremo tutti più consapevoli”.

E da che cosa si ripartirà finita l’emergenza sanitaria?

“C’è una grande partita che si apre. Siamo tutti contenti che l’Europa ci consente di aumentare il nostro debito, ma questo debito andrà pagato, allora bisogna già sapere che servirà un’operazione violenta per attaccare il debito. E le strade sono soltanto due: o una patrimoniale vera, o un prestito forzoso trentennale irredimibile, senza interessi, con l’obbligo di sottoscrizione da parte di chi ha grandi patrimoni. Tertium non datur. Teniamo conto che il 3 per cento della popolazione ha in mano il cinquanta per cento del patrimonio del Paese”.

Si sono susseguiti inni nazionali, monumenti illuminati dal Tricolore, appelli all’Unità nazionale. Ma basta dare un’occhiata ai social per vedere che l’emergenza sanitaria ha scatenato solidarietà ma anche ferocia. I meridionali di ritorno al Sud trattati peggio di untori, nonostante avessero il diritto di tornare a casa, con tutte le restrizioni del caso, certo…

“Questa reazione mi ha fatto molto male, sono stati trattati come delinquenti, anche da parte di chi ha grandi responsabilità istituzionali come i presidenti di alcune Regioni. Molto più serio sarebbe stato se le autorità avessero detto: se vogliono tornare, si sottopongano al tampone; se vogliono tornare, li monitoriamo uno per uno. Ma non è stata l’unica slabbratura nella condotta del governo, condotta prima avversata e poi portata sugli altari, anche a livello internazionale. Mi sembrava esagerato il discredito, mi sembra eccessiva adesso l’enfasi positiva sul ‘modello italiano’. Ci sono stati ritardi e contraddizioni. Ma è la logica del pendolo: il mondo, e più che mai l’Italia, va così”.

unnamed (5)unnamed (6)unnamed (7)unnamed (8)