Compagni di studi e di ricerca, i due lo furono anche nella vita. Abbandonarono l’isola presto, allora era troppo lontana dai centri più propositivi, e si confrontarono, non senza audacia, con quel milieu internazionale che lavorava alla ricostruzione materiale e spirituale di un’Europa sofferente, sommersa dalle macerie.

di Daniela Bigi

C’è stata una figura decisiva nell’immediato dopoguerra, che con prontezza seppe individuare i fermenti più promettenti del momento, quei giovani maestri autre impegnati a orientare la pittura verso un nuovo corso, verso una modernità che affondasse le radici in certo astrattismo nato dalle avanguardie. Si tratta del critico francese Michel Tapié, al quale non sfuggirono, nelle mostre e nei testi che firmò in Francia e poi in Italia in quel decennio cruciale, l’energia del segno e la vis politica di due artisti siciliani di valore indiscusso, Carla Accardi (cfr. Gattopardo, febbraio 2020) e Antonio Sanfilippo. Compagni di studi e di ricerca, i due lo furono anche nella vita. Abbandonarono l’isola presto, allora era troppo lontana dai centri più propositivi, e si confrontarono, non senza audacia, con quel milieu internazionale che lavorava alla ricostruzione materiale e spirituale di un’Europa sofferente, sommersa dalle macerie. Uno dopo l’altro cominciarono ad arrivare riconoscimenti determinanti, come gli inviti alla Biennale di Venezia (1958 per Sanfilippo, 1960 per Accardi) o il coinvolgimento in collettive internazionali divenute poi celeberrime.

Ma è giusto fare un passo indietro e rammentare i loro inizi, e con essi un luogo che fu centrale per la loro vicenda così come per quella di tanti altri giovani che in quegli anni complicati che seguirono l’armistizio cercavano una strada per emergere. Mi riferisco allo studio di Renato Guttuso, in via Margutta, a Roma, un posto che accolse tutti gli artisti più talentuosi ed engagé del momento, un crocevia di incontri che si rivelarono fondamentali per la cultura italiana delle decadi successive, una palestra di pensiero, un incubatore di visioni, di progetti. Questo almeno per quel che riguarda il finire degli anni Quaranta, prima cioè che le rispettive strade si definissero con chiarezza e prendessero direzioni in molti casi anche divergenti, celebrando rotture e consumando dure opposizioni.

Dunque torniamo ai nostri due firmatari del manifesto “Forma 1” (gli altri, come noto, furono Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Perilli), che a partire dal 17 maggio troveremo riuniti nel Convento del Carmine, a Marsala, in una mostra che per la prima volta ne indagherà le affinità, oltre che le riconosciute differenze.

Fra loro, come ci dice in anteprima il curatore Sergio Troisi, c’è “una consonanza evidente e come tale rilevata dalla storiografia per i primi anni, dalle nature morte di matrice postcubista all’astrazione geometrica che caratterizza il periodo breve di Forma 1”. Ma questa consonanza, sostiene ancora Troisi, seppure in modo più celato, è presente anche quando le loro direzioni di ricerca procedono a differenziarsi, a partire soprattutto dal biennio 1953-54: “proprio in quella fase che vede la loro prima maturazione, riducono per esempio la tavolozza al bianco e nero, con un contrasto più netto per Accardi e in Sanfilippo mediato talvolta dai grigi e dai bruni”. L’esposizione, forte della collaborazione dell’Archivio Accardi Sanfilippo, ricostruirà il percorso parallelo dei due artisti, fase per fase, “come se i due artisti avessero guardato l’uno all’altra da una distanza di sicurezza”. Pensiamo infatti anche al periodo successivo, agli anni ‘60, “quando al segno interattivo e luminoso di Accardi corrisponde, in un’organizzazione del segno più mossa e dinamica, quella che lo stesso Sanfilippo nei suoi appunti definisce ricerca del segno piccolo”, e così per tutto il decennio, quando l’una userà il sicofoil e l’altro approderà a un segno ugualmente ingrandito.

Accardi è stata pluricelebrata, Sanfilippo torna in auge in questi ultimi lustri. Mi piace ricordarlo con il grande Dorazio, che riferendosi alla sua resistente ricerca di bellezza, sottolineò come “mai perdesse di vista il fine ultimo dell’arte pittorica, che non è l’estetica ma la poesia”.

unnamed (10)Carla Accardi, Labirinto rosso, 1955, arch 60 60x90unnamed (11)unnamed (12)unnamed (13)unnamed (14)unnamed (15)