Un quadro fosco, molto fosco, nel quale, apparentemente, sembra emergere, per fortuna, l’idea condivisa dell’importanza del ruolo della scienza, della ricerca scientifica, della competenza

di Paolo Inglese

L’agricoltura e il cibo al tempo dell’epidemia pandemica. Scriverne oggi, quando ancora, la seconda settimana di marzo, il Meridione d’Italia attende l’arrivo dell’epidemia, non è facile. Ma alcune cose sono già chiare. L’agricoltura non si ferma e, allo stesso tempo, le code alla grande distribuzione alimentare di Palermo come degli Stati Uniti comunicano il senso di apprensione generale e restituiscono il senso delle necessità primarie. Non i mercati storici all’aperto, gli ambulanti, i mercati contadini, qualsiasi forma che implichi un contatto sociale, ma la grande distribuzione si impone come luogo simbolico della “rarefazione” dei contatti sociali e della facilità di acquisire merci altamente diversificate, dalla frutta al pesce, dall’acqua al disinfettante. In qualche modo la GDO rimane uno dei pochi punti vivi del Paese.  Un’enorme quantità di alimenti freschi sarà perduta sia perché non troverà acquirenti sia perché acquisti massicci per fare scorte ne determineranno il deterioramento. Una riduzione di consumi che, inevitabilmente, nel medio periodo, diventerà una riduzione del valore economico del prodotto, fresco, con un ulteriore danno al sistema produttivo primario. Questo in un contesto reso ancora più complicato, al Sud, dal perdurare di condizioni che comportano una progressiva e sempre più imponente scarsità di risorse idriche disponibili, aggravata dalla necessità di irrigare anche in pieno inverno.

Un quadro fosco, molto fosco, nel quale, apparentemente, sembra emergere, per fortuna, l’idea condivisa dell’importanza del ruolo della scienza, della ricerca scientifica, della competenza. Sappiamo che nell’immediato i nostri consumi diminuiranno; sappiamo che c’è una larga fetta di popolazione, quella che non ha certezza sul proprio futuro, che ha paura. Politica, pubblica amministrazione, ricerca scientifica hanno il dovere di restituire ogni sforzo, ogni competenza a tutta la società civile. A chi più soffrirà il risultato di questa che non è una tempesta isolata. Se utilizziamo l’agricoltura come scenario di riferimento, ci accorgiamo che spesso ci si è trovati di fronte a “pandemie”: la fillossera della vite, a cavallo del XIX e XX secolo; la “Tristeza” degli agrumi, la batteriosi del kiwi, la “sharka” del pesco e dell’albicocco, la “Malattia di Panama” del banano, per citarne alcune. Eppure, abbiamo trovato soluzioni, anche geniali, per confinare pericolosissimi agenti patogeni e andare avanti. Impariamo da qui. Solidarietà e ricerca sono le strade più sicure per un futuro migliore.