Storia, vita, opere e idee del collettivo Claire Fontaine (ovvero Fulvia Carnevale e James Thornhill). le loro opere sono state esposte a New York, Berlino, Los Angeles, Shanghai. Da Parigi si sono trasferiti a Palermo dove continuano la loro ricerca su una condizione umana perennemente in bilico.

di Simonetta Trovato

Mai come oggi un’opera di otto anni fa, “Italy (Burnt/Unburnt)”, diventa attuale, feroce, sibillina, autonoma, slegata, libera. La sagoma del Belpaese composta da migliaia di teste di fiammiferi, una piccola fiammella che può incendiare, un graffio onomatopeico che potrebbe tracimare su colline, vallate, anse e fiumi. Povera, l’Italia di Claire Fontaine, materiale “combustibile” che sottolinea la precarietà. Il collettivo – composto da Fulvia Carnevale e James Thornhill, italiana lei, inglese lui – è un artista “ready made” fuori posto in ogni spazio e in ogni tempo: Claire Fontaine è la personificazione del disagio, il disegno – concettuale e femminista – di una condizione umana costantemente in bilico.

“Il nostro – spiegano gli artisti – è un lavoro sul pensiero visivo e l’archeologia del presente. Cerchiamo le ragioni politiche, affettive, umane di ciò che ci circonda. E ci disturba. Decostruiamo un luogo usando le parole; installandole nello spazio, lo carichiamo di significati, emozioni, pensieri. L’alterità ci abita e ci accompagna. Cerchiamo di fare emergere ciò che rimane nascosto a livello discorsivo o di pura spiegazione”.

Il lavoro di Claire Fontaine – fondato a Parigi nel 2004, ma con base a Palermo -, convince e trascina. Finalista nel 2013 del Prix Duchamp, il collettivo ha esposto al Pompidou a Parigi, The Jewish Museum di New York, al Wattis Institute for Contemporary Arts di San Francisco, al Neuer Berliner Kunstverein, al Palazzo Ducale di Genova, alla Bienniale di Shanghai.

Sono stati chiamati da Valentina Bruschi – per l’ottava edizione di Viaggio in Sicilia – a entrare in relazione con l’ambiente naturale che accoglie le cantine Planeta a Sciaranuova, arrampicati sull’Etna, e lì hanno realizzato un’installazione con un’insegna al neon dedicata al fisico catanese Ettore Majorana, citando il ritratto che ne fece Sciascia. “Sciaranuova è stato il nostro intervento più coerente, in equilibrio col paesaggio naturale e intellettuale in cui si trova: lì abbiamo parlato, cercando di ascoltarla, a una natura protetta, vulcanica, magica. La frase di Sciascia si accende lì di un senso nuovo: gli occhi diventano quelli di chi la guarda; la terra, l’acqua abbandonano la metafora letteraria e si fanno sensibili nella vigna tinta di blu dalla luce”.

Facile quindi che una creativa alla ricerca di nuovi stimoli dal mondo dell’arte come Maria Grazia Chiuri, direttore creativo di Dior, abbia voluto Claire Fontaine per il défilé a Parigi. E il collettivo ha tappezzato il cubo nel Jardin des Tuileries con pagine di quotidiani, illuminati da scritte in led coloratissime con frasi come “Siamo tutte donne clitoridee” – tributo al libro Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale della storica dell’arte Carla Lonzi -,  “L’amore delle donne è lavoro non retribuito” e “Quando le donne scioperano il mondo si ferma”.

“Per noi è stata una delle più forti azioni possibili di critica istituzionale – spiega Fulvia Carnevale -. Maria Grazia Chiuri ci ha chiesto di far pensare gli spettatori, partendo dalla passione comune per il femminismo, ma ci ha lasciati completamente liberi. Abbiamo così aperto uno spazio inatteso di libertà: non dovevamo obliterare la passerella, ma fare apparire corpi e abiti sotto una luce diversa, quella delle lotte, della soggettività femminile radicale ed emancipata”.

Oggi è forse ancora più importante chiedersi quale sia il potere dell’arte.

“Non resta chiuso in un libro o in uno spartito, ma vive nell’ambiente, entra in relazione con lo spazio pubblico, disturba, trasforma la gente”.

“L’arte è diventata un luogo per rifugiati politici. Offre delle possibilità di sopravvivenza”. Lo avete detto e scritto, otto anni fa.

“C’è la necessità del pensiero visivo in un momento in cui si guarda il mondo attraverso lo schermo. La sua importanza e portata politica sono senza precedenti. Crediamo nella capacità emancipatrice della pratica collettiva e dell’ascolto. Il nostro è sempre un ampliamento dello spazio del possibile e del quotidiano”.

Perché Palermo? Qui avete casa (al Politeama) e studio (alla Magione). Da qui sono partiti i lavori per Città del Messico, Lisbona e Genova. Per il resto c’è il sito che, chiarite, va visitato “in disordine” e l’antologia dei vostri scritti, “Lo sciopero umano e l’arte di creare la libertà” (Derive Approdi) che, dopo il francese, sta per essere tradotto in inglese e pubblicato da Semiotext(e).

“è stata una scelta di passione, dopo aver vissuto in luoghi diversi. Non c’è una ragione razionale, abbiamo assorbito la potenzialità incredibile di questa città. Palermo è resiliente e libera, meno colonizzata dal capitalismo, meno gentrificata e meno distrutta. Potevamo rimanere a Parigi, ma dopo vent’anni di vita lì, abbiamo constatato che è diventata un laboratorio di distruzione del tessuto sociale e culturale. Il Sud possiede invece un capitale umano straordinario, poetico, visionario. Abbiamo cercato spazi abbandonati cui dare nuova vita”.

Stiamo vivendo un momento del tutto inatteso, atemporale, in cui anche all’artista è richiesto il silenzio. 

Risponde James Thornhill. “Essere in Italia piuttosto che altrove è paradossalmente un sollievo in questo momento in cui si vedono altri Stati europei, come la Gran Bretagna, gestire l’epidemia in modo meno responsabile e meno protettivo. Essere su un’isola fa sentire assurdamente più sicuri perché ci si può più facilmente immaginare il contenimento di questa cosa nuova e spaventosa che è il Covid 19. I siciliani si sono mostrati ligi e intelligenti. La sofferenza non è sconosciuta a Palermo, non è un posto indaffarato e senza cuore; fa una gran pena vederla vuota e silenziosa ma l’assenza dalle strade per un popolo abituato a passarvi tanto tempo e a condividervi cibo, parole e affetti è un sacrificio cui attribuisco un gran valore”.

Pensate che muterà il vostro approccio alla vita, alla cultura, alle istituzioni? 

“Probabilmente tutto cambierà dopo questa epidemia – parla Claire Fontaine -, il capitalismo si dovrà reinventare con un nuovo patto sociale, il famoso green new deal non l’avrà portato la catastrofe climatica, ma la pandemia. Oggi di colpo si possono fermare voli, macchine, emissioni, turismo di massa. Così come i tagli alla salute e ai servizi sociali appaiono per quel che sono: pericolosi per tutti, non solo per i poveri e i malati”.

Quale può essere la funzione di un mondo impalpabile come quello dell’arte, quando la scala delle necessità è giocoforza cambiata?

“Una pandemia è un periodo di reclusione e di inattività forzata, in cui molti soffrono lutti e devono riflettere sugli aspetti essenziali della vita. La distanza obbligata tra simili dimostra che la reclusione e il lavoro che sconfina nello spazio domestico, tramite la tecnologia, esistevano già. C’è gente che vive già reclusa nelle prigioni, nei campi profughi, noi pensiamo di essere separati da loro, ma c’è una continuità biologica che col contagio appare in modo chiaro: ogni cosa è collegata, il vivente è una catena continua senza interruzione. Le celle affollate, le tende sotto la neve, i bambini messicani nelle gabbie e i ghiacciai che si sciolgono, fanno parte di una realtà continua, che penetra le nostre cellule e può contagiare chiunque. Anche i più ricchi sono in rapporto continuo con donne delle pulizie, giardinieri, assistenti, che poi tornano alle loro povere vite e riportano i germi nelle grandi ville. Ci chiedete la funzione dell’arte: antica, moderna o contemporanea, è di certo un grande conforto in questi giorni poco laboriosi e strazianti per molti. Si ascolta musica, si legge, si visitano musei on line, alcuni disegnano e dipingono anche se di solito non lo fanno. L’arte è un’attività completamente umana e da sempre mostra la sua importanza nei periodi di crisi”.

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