E’ il momento di inventarsi una vera rinascita, stimolare l’innovazione, la ricerca e la formazione. Ecco la ricetta di Enrico Iaria, per la rivista Forbes uno dei trenta più influenti giovani innovatori.

di Giulio Giallombardo

C’è un’epidemia dilagante che toglie il fiato. Prolifica accanto a quella che, ormai da settimane, ha cambiato le nostre vite, facendoci vivere barricati in casa. È il virus che ha infettato l’economia, preannunciando scenari cupi, destinati a durare per molto tempo, forse anche quando la più grande emergenza sanitaria dei nostri tempi sarà finita. Ma per reagire a tutto questo, bisogna “innamorarsi” delle difficoltà, con un’ottica di lunga durata, cercando di sfruttare la crisi per inventarsi una rinascita. È la strategia di Enrico Iaria, trentenne palermitano, tra i pochi stranieri e unico italiano inserito nel 2018 nelle liste di Forbes China 30 Under 30, indicato come uno dei più influenti giovani innovatori in Cina e  riconosciuto da diversi media, tra cui Forbes e Fortune, come uno dei maggiori esperti di gestione delle innovazioni digitali per le aziende e nuove tecnologie.

“Quando le economie subiscono uno shock esterno come quello del coronavirus – spiega Iaria – occorre non soltanto tappare i buchi di un sistema che da anni fa acqua da tutti i lati, ma bisogna innamorarsi dei problemi. Infatti, se amiamo il problema e siamo determinati a risolverlo, inizieremo davvero a guardare a quelle riforme serie, profonde, coraggiose che possano incentivare la crescita con misure che stimolano l’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica, che migliorino sia la nostra formazione scolastica e universitaria, che accrescano le opportunità occupazionali. Riforme che mirino, dunque, a creare un terreno fertile che possa permettere ai giovani d’oggi d’esprimere il loro enorme potenziale. Oggi più che mai bisogna sfruttare la crisi da coronavirus per iniziare a porci domande quali: in che Italia vogliamo vivere tra dieci, vent’anni? Che lavori faremo? Cosa esporteremo?”.

Domande alle quali rispondere con coraggio, gettando lo sguardo oltre la rassegnazione che serpeggia in questo tempo buio. “Noi non dobbiamo attendere che tutto ci venga calato dall’alto – suggerisce Iaria -. Serve una grande mobilitazione da parte di tutti, cittadini, studenti, associazioni di categoria, commercianti, imprese: occorre mettere in circolo idee e progetti. Quando affrontiamo situazioni così imprevedibili e gravi occorre trovare soluzioni per l’immediato, ma allo stesso tempo progettare il futuro. Approfittiamo di questi giorni e stiamo a casa a leggere, formarci, costruire e ideare”. Un tempo sospeso che l’innovatore palermitano più amato in Cina – ritornato per qualche mese in Italia poco prima che l’epidemia di Covid-19 flagellasse il Paese del Dragone – ha impiegato, tra l’altro, a proseguire le lezioni a distanza ai suoi studenti di Shanghai, città dove lavora e insegna alla New York University e alla Shanghai Normal University.

Le sue tante attività, divise tra Cina e Italia, tra startup tecnologiche e aziende d’impianto più tradizionale, non sono state fermate dal virus. Lo smart working, ormai sempre più diffuso, diventa strategico soprattutto quando gli uffici sono costretti a chiudere, come è accaduto prima in Cina e adesso in Italia. “Abbiamo sempre favorito gli strumenti e le forme di collaborazione tra i vari team – spiega Iaria -, io personalmente ho seguito a distanza le due aziende in Cina e le altre due in Italia, garantendo il lavoro da casa a tutti i dipendenti”.

Del resto, chi si occupa di strategie innovative deve essere sempre capace di adattarsi ai cambiamenti imposti dai mercati e dalle contingenze. Tutte qualità che il giovane imprenditore e consulente palermitano ha dimostrato di avere nella sua già ricca carriera.

Dopo aver lasciato Palermo a 19 anni, si è laureato in Scienze politiche, poi ha proseguito con il titolo magistrale in Processi decisionali all’Università Cesare Alfieri di Firenze. Quindi l’inizio dell’avventura a Shanghai, quando la Cina era ancora considerata la “fabbrica del Mondo”, prima che si trasformasse in polo d’innovazione globale. L’esperienza professionale di Enrico si inserisce proprio in questo mutamento epocale attraversato dal Dragone, un mare di nuove opportunità su cui lui ha navigato a vele spiegate, inanellando successi che lo hanno portato a diventare consulente di Ice, l’agenzia del Ministero degli Affari Esteri che si occupa della promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

È inoltre co-fondatore e managing partner di Spici, società che si occupa di processi di trasferimento tecnologico e programmi di rigenerazione urbana incentrati su sviluppo industriale e innovazione, con sede in Italia e in Cina. Ha fondato, poi, numerose startup, tra cui DooPlus Group, piattaforma di supporto alla creazione e gestione di programmi di “open innovation” e di formazione imprenditoriale, e anche Edugo.ai, piattaforma “e-learning” che sfrutta l’intelligenza artificiale per accelerare il processo di apprendimento, sviluppare percorsi di studio personalizzati e digitalizzare la didattica tradizionale.

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Tanta energia ha speso per la cooperazione tra Italia e Cina, diventando anche membro ufficiale e firmatario del “China-Italy Startups & Innovation Alliance”, istituito nel 2016 dal Miur e dal ministero cinese della Scienza e della Tecnologia per favorire attività imprenditoriali e processi di trasferimento tecnologico tra i due Stati. Alleanza rafforzata dal “Piano strategico congiunto per la cooperazione in materia di scienza, tecnologia e innovazione” tra la Cina e l’Italia, firmato nel 2017 dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e dal presidente cinese Xi Jinping.

Una vita, dunque, divisa tra due Paesi che si sono trovati a fronteggiare, in tempi diversi, un nemico comune. “In Cina c’è una popolazione che non vede l’ora di riprendere a crescere, sviluppare e produrre – osserva l’imprenditore -. Ricordiamo che nel 2003, dopo l’epidemia di Sars, c’è stato un fiorire di aziende e nuovi prodotti. Confrontandomi con i tanti collaboratori con cui ho a che fare, dico di tenerci pronti perché in Cina ci aspetta una ripresa importante. La si percepisce nelle scuole e nelle università, dove c’è una grande voglia di imparare e perfezionarsi anche dal punto di vista aziendale, proseguendo con questi processi di innovazione e di sviluppo”.

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Ma cuore e testa di Enrico vanno sempre all’Italia, dove è rientrato lo scorso gennaio per un ciclo di conferenze e incontri nelle scuole e università di diverse città italiane, da Nord a Sud. Un confronto serrato con studenti, imprenditori, startup e associazioni sulle nuove possibilità di sviluppo e lavoro per le nuove generazioni, spesso costrette a lasciare casa per costruirsi un futuro. “Io che non mi sono mai sentito un cervello in fuga, perché non fuggo da niente, dico di considerare lo studio e le esperienze all’estero come un’opportunità e non come una necessità – suggerisce -. Penso che anche qui in Italia abbiamo un potenziale eccezionale e che mantenendo un atteggiamento propositivo e sfruttando per esempio concetti quali il mentoring – le risorse ed esperienze delle generazioni precedenti – possiamo spesso superare le difficoltà della realtà in cui viviamo, riuscire a formarci e creare valore anche nella regione in cui siamo. Dico che vi è un’altra faccia della medaglia, quella di un’intera generazione che deve ancora dire la propria; una generazione che in fin dei conti quello che chiede è solo di essere messa nelle condizioni di esprimere il proprio potenziale, e farlo senza costrizioni, potendo scegliere se crescere e svilupparsi tra le mura di casa, o farlo all’estero”.

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Del resto, Enrico non ha mai nascosto che il suo desiderio è di tornare a vivere nella sua Sicilia: “Diciamo che mi sono allontanato momentaneamente per acquisire delle conoscenze che poi vorrei mettere a frutto tra le mura di casa. Volevo fare innovazione, volevo studiarla e sperimentarla, ma dieci anni fa non era semplice farlo da qui. Adesso, pian piano, sto finalmente realizzando il mio sogno”.

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