Imparare a diventare siciliani. E’ un apprendistato non proprio lineare. Infatti ci sono molti modi di essere “siciliano”: alcuni meritevoli d’essere appresi, altri disdicevoli e vergognosi.

di Augusto Cavadi

Come se, siciliani di nascita, non costituissimo una varietà abbastanza ricca, la nostra fauna è costantemente arricchita da siciliani d’adozione. Mi ci ha fatto riflettere un delicato libretto – Siciliani si diventa – di Umberto Di Maggio, siciliano d’origine emigrato, e poi ritornato, perché “Roma e il meticciato gli hanno fatto capire che non bisogna arrendersi e che la Sicilia (come tante altre terre del resto) non può essere abbandonata a un destino ineluttabile fatto di corruzione e di malaffare”. Ci sono “siciliani per scelta”: sbarcano per amore di un partner o per amore del sole; altri attratti dalla bellezza del patrimonio artistico che racconta la storia europea degli ultimi tre millenni; altri ancora, come Giancarlo Caselli e suoi colleghi magistrati, per sete di giustizia o, come Danilo Dolci e Mauro Rostagno, per provare ad accorciare le distanze fra la civiltà del nostro passato e la barbarie del nostro presente.

Alcuni non sono restati immuni da quella strana malattia – “islomania” secondo Gideon ripreso da Durrel – che colpisce quanti “ritengono in qualche modo le isole irresistibili; la conoscenza che riescono a ottenere di qualcuna di esse, di questi piccoli mondi circondati dal mare, li colma di un’indescrivibile ebbrezza”. A questi “stranieri” sbarcati per libera decisione vanno aggiunte migliaia di  immigrati per necessità per i quali la nostra isola avrebbe dovuto costituire solo una tappa verso l’Europa del benessere e, per varie circostanze, è diventata la méta definitiva. Tutti hanno dovuto imparare a diventare siciliani. Ma si tratta di un apprendistato non proprio lineare. Infatti ci sono molti modi di essere “siciliano”: alcuni meritevoli d’essere appresi (dallo schiavo Euno,  che guidò nel II secolo a. C.  la rivolta a Enna,  ad Antonio Caponnetto che scelse di tornare nella sua Sicilia perché non fosse vanificata l’opera di Rocco Chinnici), altri disdicevoli e vergognosi. Sono modelli che vediamo ogni giorno incarnati per strada, negli uffici pubblici, nelle assemblee elettive… Già nel 1866 Vincenzo Maggiorani osservava che la mafia si rivelava contagiosa per alcuni “continentali” dell’Alta Italia che a Palermo smentivano, “praticando la sublime  camorra assai maestrevolmente”, la fama di onestà delle province subalpine. Insomma: prima di inneggiare ai pregi dell’integrazione bisogna osservare di volta in volta in quale “sicilianità” si sta realizzando. Ci sono casi, infatti, in cui sarebbe preferibile non che l’ospite impari a diventare siciliano, ma che il siciliano disimpari a esserlo.